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Messaggi sicuri su Twitter, ci pensa CrypTweet | Tech Fanpage

L’utilizzo di Twitter è ormai in costante ascesa e sempre più utenti declino di affidare i propri messaggi alla piattaforma di microblogging. Uno dei problemi principali del servizio è che nella sua composizione fin troppo spartana (parte anche del suo successo) non vengono contemplati messaggi privati. Tutto ciò che noi pubblichiamo sulla bacheca o che scriviamo indirizzandolo verso qualcuno è alla mercé di chiunque apra il servizio. Per garantire segretezza e riservatezza nei messaggi su Twitter, Mark Pesce ha sviluppato un tool, CrypTweet, che come dice il nome stesso è in grado di criptare i tweet. La storia vuole che ad ispirare l’idea di Pesce sia stato Jacob Appelbaum, un volontario di Wikileaks a cui il Dipartimento di Giustizia americano ha posto sotto sequestro l’account Twitter e quello Gmail.
Come tutti sanno, una volta ottenuti i dati di accesso è possibile ripercorrere l’intero utilizzo di entrambe le piattaforme, senza la possibilità quindi di nascondere eventuali illeciti tramite ulteriori accorgimenti. Così Pesce ha sviluppato un programma basato su Pyhton che consente agli utenti di generare le coppie di chiavi RSA necessarie per la crittografia a chiave pubblica per blindare i messaggi intercorsi tra i due utenti. Per codificare e decodificare i messaggi, CrypTweet utilizza un server locale mentre la parte pubblica delle coppie di chiavi viene memorizzata su del programma. L’unico neo è che il programma è ancora in fase di testing e numerosi utenti hanno riscontrato alcune falle nel sistema di sicurezza.
A renderlo ancora incompleto ci sarebbe il problema delle chiavi, che una volta identificate permetterebbero la lettura di tutti gli altri messaggi pregressi, rendendo lo vano lo scopo stesso del tool. Dal canto suo Pesce si è dimostrato subito disponibile ad accogliere suggerimenti e segnalazioni di errori del software ed ha affermato che fino a quando tutti i problemi non saranno risolti CrypTweet non potrà definirsi sicuro.
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Good Design Society: La strana politica Facebook di censura dei post

Facebook vieta immagini di allattamento al seno se si vedono i capezzoli ma consente “immagini grafiche" di animali se visualizzate "nel contesto di trasformazione dei prodotti alimentari o di caccia, come si verifica in natura".
Allo stesso modo, le immagini di fluidi corporei - ad eccezione di sperma - sono consentite purchè nessun essere umano sia incluso nell'immagine; anche "ferite profonde" e "teste o arti schiacciati" sono ok "finché non vengano mostrati organi interni".
Consentite anche le immagini di persone che usano marijuana, ma non quelle di ubriachi o di persone in stato di incoscienza.
Immagini di attività sessuale, anche se le "parti nude" sono nascoste, di persone che “vanno in bagno", di "feticci sessuali in qualsiasi forma" sono tutte vietati.
La società vieta anche insulti razziali e “sostegno alle organizzazioni di persone note principalmente per la violenza".
Inoltre è vietato a chiunque mostrare "approvazione, gioia e coinvolgimento in torture animali o umane".
Lo strano mondo di immagini di Facebook e l'approvazione dei post è stato messo a nudo dalla denuncia al sito
Gawker da parte di Derkaoui Amine, un marocchino ventunenne dipendente della società di outsourcing cui Facebook ha affidato la rimozione dei contenuti illeciti. Derkaoui ha dichiarato di aver trascorso, l'anno scorso, u di settimane di formazione video per determinare i contenuti illeciti da rimuovere, attività per la quale è pagato un misero dollaro all'ora; ha inoltre fornito alcuni documenti interni che fanno luce su come esattamente censura il contenuto illecito.
Per la gigantesca rete sociale, che ha 800 milioni di utenti in tutto il mondo e recentemente ha delineato un progetto di quotazione in borsa che potrebbe portarla ad un valore fino a 100 miliardi di dollari, è un assaggio dei suoi meccanismi interni e dei suoi pregiudizi sul sesso, che sottolineano le sue origini americane.
Un portavoce di Facebook ha dichiarato: "Nel tentativo di elaborare rapidamente ed efficacemente milioni di segnalazioni che riceviamo ogni giorno, abbiamo ritenuto utile affidare a terzi la classificazione di una piccola percentuale dei contenuti segnalati. Queste imprese sono soggette a rigorosi controlli di qualità e tutte le decisioni prese dagli appaltatori sono soggette ad ampie verifiche. Abbiamo messo in atto diversi livelli di salvaguardia per proteggere i dati di coloro che utilizzando il nostro servizio. Inoltre nessuna informazione dell'utente, al di là del contenuto in questione e della fonte della segnalazione, è condivisa”.
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Vita su Facebook 1: Tu | Tech Economy
Caro Manager, se hai più di quarant’anni, in fondo puoi ritenerti fortunato. Quando hanno inventato internet e tutti i social allegati eri già abbastanza vecchio per evitare di postarci dentro le foto del liceo in cui eri ciucco come un tedesco all’Oktober Fest (anzi, eri all’October Fest, e ciucco), o quella presa a tradimento dal tuo amico, in cui hai l’espressione felicemente imbesughita perché la ragazzotta bionda che tampinavi da un mese c’era finalmente stata.
Da tutto questo, dicevamo, ti sei salvato non per la tua innata saggezza, ma per una mera fortuna cronologica: le tue foto compromettenti, le battute idiote sono confinate in cassetti e scatoloni, o al massimo fra le pagine del tuo diario del liceo. Nella peggiore delle ipotesi, i tuoi nipoti le troveranno sbaraccando la soffitta quando sarai morto. Rideranno pensando a quanto era scemo nonno, e finita là.
Se hai più di quarant’anni e decidi di iscriverti a Facebook, ricordati però che l’idiozia non passa necessariamente con l’età, e l’impulso avventato a postare una cretinata è trasversale, valido dagli otto agli ottomila anni. Che tu sia un imprenditore, un manager, un consulente, tieni sempre presente che ora hai un ruolo nel mondo, ed ogni volta che posti qualcosa questo qualcosa influisce sulla immagine generale che il mondo si farà di te. Quindi, pensaci e valuta bene. Per quanto tu possa smanettare con le impostazioni di privacy, quanto è postato è sempre relativamente pubblico: le foto, gli status, i commenti, verranno letti da amici, amici degli amici, e non sempre la qualifica di “amico”, in rete e nella vita, dà la sicurezza che non si riceveranno pugnalate alle spalle. Se vuoi che qualcosa della vita resti davvero privata, l’unico modo sicuro per farlo è non parlarne e non scriverne nul’è il social network.
Il profilo personale, se è personale davvero, deve essere difeso con le impostazioni di privacy, tanto per cominciare. Eventualmente puoi creare un profilo “per lavoro” e uno privatissimo, cui far accedere solo gli amici veri e reali, e quello ingorgarlo di foto di famiglia e quanto vuoi. Il baluardo a difesa della tua vita devi essere tu: decidi prima le norme da seguire e pensaci, poi leggi bene le varie possibilità offerte dal social: lucchetto a tutto, creazione di liste separate, limitazioni alla visualizzazione dei post. Gli impiccioni ci proveranno comunque, ma esistono dei metodi per far almeno sudare loro sette camicie.
Controlla, e bene, le importazioni: se decidi di collegare più account su social network diversi, o il blog personale al tuo profilo, tieni presente che stai attivando un gioco di rimandi infinito. Quindi decidi sempre tu cosa vuoi che finisca dove: è inutile postare su linkedin le foto di famiglia, ma quella in cui ti premiano come manager dell’anno invece ci va.
Lascia perdere invece l’idea romantica di crearti un account totalmente segreto o una identità on line diversa dalla tua. A meno che tu non sia un hacker provetto (nel qual caso non leggi questa rubrica perché ne sai a pacchi più di me), prima o poi lascerai qualche traccia e verrai sgamato. E per sgamarti non servirà un hacker, basterà, molto probabilmente, il figlio quattordicenne della tua segretaria. Per cui rassegnati: quello che scrivi e posti è pubblico e potresti sempre essere chiamato a risponderne, magari anche da gente che non ha capito il senso di una tua frase, o la legge maliziosamente e fuori contesto. Preparati: su internet e nella vita ci vogliono spalle larghe e corazza spessa. Ma se non le avessi non faresti il mestiere che fai. Quindi primare a giocare, leggi bene le regole del gioco e metti in conto che qualcuno potrebbe tentare dei colpi bassi. Internet, da questo punto, è esattamente come la vita: la regola è cercare di divertirsi ma restare sempre in campana.
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Truffa su Facebook, ATTENZIONE al falso contest: “Apple regala 10’000 prodotti”
Facebook sta diventando ogni giorno che passa sempre di più anche un “ottimo” ricettacolo per “ladruncoli dell’ultima ora” e per società più o meno grandi che della “truffa” ne hanno fatto vero motivo di vita. L’ultimo caso vede come ignara protagonista, la nostra amata Apple e un’oscura società tedesca, tale Planet49 GmBH. Il concorso truffaldino? “Apple regala 10’000 prodotti per i nostri affezionati clienti”.



Un titolo malignamente evocativo che sta traendo in inganno anche gli utenti più esperti. Per questo motivo abbiamo ritenuto doveroso segnalare il fatto anche per spiegarvi esattamente come si “manifesta” l’inganno.
Naturalmente il tutto si basa sulla viralizzazione, si riceverà quindi, in primis un invito generato da una certa Apple Regala, quindi cliccandoci su e dando quindi l’erroneo consenso al trattamento dei propri dati, si aprirà il classico “specchietto per le allodole” con su finti premi del calibro di iPhone 4, iPad 2 e iMac. In seconda istanza, per dare l’ok alla partecipaziorrà richiesto di diffondere l’invito ai propri account, quindi ecco comparire il pulsantino, “Sblocca la pagina e ricevi il tuo prodotto Apple”.
E poi….poi il nulla più assoluto, solo banner pubblicitari che permettono alla poco onesta azienda tedesca di guadagnare bei soldoni dalle visualizzazione dei numerosi spot.
Il nostro invito è quindi quello, dopo aver letto l’articolo, di diffonderlo il più possibile su Facebook, in modo da premiare le numerose società oneste e smascherare chi con il loro comportamento, da l’alibi ai “censori” della rete, di ingessare uno dei pochi media ancora in parte libero.
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Facebook Marketing: i 10 segreti per il Successo Immediato! :-)
Incorporamento disabilitato su richiesta del proprietario.
Puoi vedere il video originario su YouTube
qui.
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Foursquare Explorer: la trasformazione del Geolocal Marketing
A Foursquare va riconosciuto senza dubbio il merito di aver richiamato l’attenzione degli utenti di tutto il mondo sull’importanza del geolocal marketinge sulla centralità della gamification nella costruzione di applicazioni e piattaforme (soprattutto per quelle basate su sistemi a check-in).
Dopo un inizio più che promettente e dopo il lancio dei vari specials dedicati a mayors e altri utenti (ad esempio basati sulla ripetizione delle visite in un determinato luogo o sulla presenza in un certo locale nella fascia oraria e nel giorno in cui venivano effettuate certe offerte), Foursquare sembrava attraversare una fase di calo di interesse da parte degli utenti. Anche Facebook – lanciatosi a sua volta nel business dei deals – si è preso una pausa di riflessione.
Durante questo periodo Foursquare è però riuscito a trasformarsi e a consolidarsi in una nuova direzione, divenendo un punto di riferimento, soprattutto nel settore del marketing turistico.
A novembre 2011, attestatosi sui 5 milioni di utenti attivi, Foursquare ha offerto nuove funzionalità e una nuova veste grafica: basandosi sulle abitudini degli amici e sulle proprie, infatti, la piattaforma ha iniziato a offrire agli utenti utili suggerimenti per possibili luoghi in cui recarsi; ad esempio, se ci piace mangiare dei panini ed effettuiamo frequenti check-in in paninoteche, Foursquare ci suggerisce delle soluzioni alternative che ci conducono alla scoperta di nuovi luoghi.
Non solo, sono stati inseriti, in forma ancora una volta di suggerimenti per gli utenti, i “trending places”, cioè i luoghi a maggiore densità di check-in, fino ad arrivare – a met&o 2012 – al lancio di Foursquare Explorer.
Explorer rientra nella vision di Foursquare, mirata ad offrire agli utenti un’esperienza del mondo che passi attraverso le testimonianze lasciate da altri utenti e i tips (cioè i suggerimenti da loro lasciati). Il concept di Explroer è semplice: se stai cercando un ristorante, ma non uno qualunque bensì uno che sia “romantico” puoi provare a digitare come chiave di ricerca esattamente quella relativa ad un ristorante con atmosfera romantica nelle vicinanze. Se qualcuno degli utenti ha lasciato un tip con la parola “romantico” Explorer lo segnalerà immediatamente.
Se a queste funzionalità si aggiungono le già testate liste di attività da fare in uno o più luoghi, risulta chiaro che le potenzialità di business per gli iscritti a Foursquare sono elevate, soprattutto per le piccole imprese locali che possono non solo attivare offerte e sconti speciali, ma anche creare liste e lasciare tips che aiuteranno a generare awareness intorno alle proprie attività e contatti con gli utenti.
Da febbraio, ad esempio, tutti gli utenti che effettueranno almeno 5 check-in nei luoghi indicati nella lista “Milano da bere” potranno guadagnare l’omonimo badge (vedi grafica a lato). Un modo ludico, insomma, di esplorare e conoscere le proprie città, con in più la possibilità di “vincere un premio” come risultato delle attività dell’utente.
Il contato con il t un tratto fondamentale nello sviluppo del proprio business e Foursquare può offrire una concreta vetrina di visibilità per le aziende che desiderano consolidare o affermare la propria presenza in locale.
Insomma, come dimostrato da numerose ricerche gli utenti tendono a fidarsi maggiormente di ciò che altri utenti dicono piuttosto che di quanto dichiarato delle aziende. Foursquare dà la parola agli utenti e diventa un potente strumento per il passaparola locale.
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Una panoramica sui giornali italiani su Facebook | Davide Licordari
Giornali italiani (quotidiani) e social media: avevo già parlato tempo fa dell’argomento, tuttavia oggi voglio proporvi 3 grafici aggiornati relativi ai 14 testae italiane tra le più diffuse e i dati relativi alle loro pagine Facebook. Ho escluso dall’analisi i 3 colossi Repubblica, Corriere della Sera e Fatto Quotidiano, i quali hanno numero non rapportabili con gli altri e meriterebbero uno studio a parte dedicato in quanto testate non strettamente legate ad un territorio di riferimento.
Avvertenza: la lista sicuramente non è completa, siete invitati a segnalarmi altri giornali che non mi sono venuti in mente o che ho trascurato perchè hanno numeri troppo piccoli. Tuttavia credo che si possa avere uno sguardo d’insieme interessante anche in questo modo.
Ho considerato 3 dati: il numero di iscritti alla Pagina Facebook, il numero di People Talking About (PTA) e la percentuale dei PTA sul numero di iscritti, per avere un’idea di quali siano effettivamente le pagine più interattive.
Giornali italiani su Facebook: considerando le Fb Page ufficiali, Il Giornale e Il Mattino vicinissimi a quota 55mila, seguiti da Il Secolo XIX. Inspiegabile, a mio avviso, la pochezza de La Stampa con solo 31mila iscritti a fronte dell’essere un quotidiano nazionale.

People Talking About: il dato è più interessante, perchè avere un buon numero di iscritti alluò essere molto semplice (investimento in adv, reclamo di pagine non ufficiali) ma se nessuno interagisce diventa tutto inutile. Qui sotto trovate i numeri in senso assoluto (in blu) e i numeri calcolati in percentuale, ovvero il rapporto tra iscritti e PTA (in verde). Ne esce molto bene Il Messaggero con una partecipazione del 15% (non stupitevi, siamo già su livelli medio-alti rispetto allo standard). Non male anche Il Gazzettino, L’Unione Sarda, La Stampa e Il Secolo XIX. Crolla invece Il Mattino.


Ecco il grafico relativo alla situazione iscritti/PTA% di La Repubblica, Il Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano.

Nella prossima puntata, il medesimo studio applicato alla presenza dei giornali su Twitter!
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Gli italiani, Internet e i Social Media. Facciamo il punto.
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Tutto ciò che devi sapere per fare un Contest su Facebook | BigThink
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L’era del cinema “social” | Stefania Boleso

Lo scorso sabato (il 18 febbraio) il film Tim and Eric’s Billion Dollar Movie ha fatto il suo debutto ufficiale su Facebook.
Pagando 10 dollari, i fan hanno avuto la possibilità di guardare il film, commentare tra loro e chattare con i protagonisti in tempo reale. Tutto ciò con due settimane d’anticipo rispetto alla distribuzione della pellicola nelle sale.
Primo esperimento di questo genere, è già stato definito da qualcuno il debutto del cinema “social”.
Magnolia Pictures, il distributore, ha ritenuto che questo tipo di proiezione potesse aiutare l’awareness del film e creare ulteriore aspettativa per l’uscita nelle sale.
E io sono d’accordo.
L’idea è sicuramente molto valida e non capisco perché nessuno ci abbia pensato prima.
E’ un ottima modalità di promozione e cavalca un trend già in atto da tempo, che ha fatto (e sta facendo) la fortuna dei social network: il desiderio della gente di dialogare sul web, di confrontarsi, di condividere idee, opinioni ed esperienze.
Da frequentatrice abituale di Twitter, mentre guardo film o ancor di più programmi come Presadiretta o Che tempo che fa, mi ritrovo spesso a commentare insieme ad altri che stanno guardando la stessa cosa. Anzi, devo ammettere che per alcuni programmi una cosa implica necessariamente anche l’altra: mi metto cioè davanti alla TV perché so che posso commentare insieme alla mia TL.
Leggo oggi da @lucabecattini che nei giorni del Festival i tweet parola «sanremo» hanno toccato quota 244 mila, con una media di 48mila a serata (quil’articolo completo).
L’esperimento di Magnolia Pictures quindi si inserisce perfettamente in un’abitudine ampiamente diffusa e consolidata anche qui da noi.
L’unica differenza è il pagamento per avere un contenuto esclusivo e in anteprima. Ma non credo che questo rappresenti un ostacolo, considerando che l’offerta si rivolge ai cosiddetti pionieri, cioè coloro che sono interessati alla novità di prodotto e per i quali il prezzo non è una discriminante nella scelta.
Al contrario, dovere pagare un prezzo per poter accedere al servizio è un ulteriore riconoscimento del valore dello stesso.
A quando il prossimo film, magari in italiano?
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Si può ritwittare una notizia? Il caso Reuters-Goria
" Basta ritwittare i lanci di agenzia". Così si riassume la mail che Fabrizio Goria, giornalista economico per Linkiesta, si è visto recapitare dall'agenzia di stampa Reuters, con la minaccia di azioni legali. Come altri colleghi, Goria spesso twitta dal suo profilo personale le notizie che provengono dalla Reuters, attribuendo correttamente la fonte. Ma, stando a quanto comunicatogli oggi, non sarebbe legittimato a usare Twitter per diffondere questi contenuti. Twitter quindi non può fare giornalismo? Diffondere notizie tramite cinguettii è informazione? Sempre più spesso vediamo i media tradizionali, comprese le agenzie di stampa, arrivare in ritardo rispetto ai 140 caratteri del social network di Jack Dorsey. Che più volte ha bruciato sul tempo qualsiasi testata, come per la morte di Scalfaro o la proclamazione della vincitrice di Sanremo. Molti giornalisti sono attivi su Twitter e come Goria molti utilizzano i twit per diffondere notizie in tempo reale. E, sull'altro versante: che differenza c'è tra pubblicare una notizia su un giornale e una su un social network?

Le agenzie di stampa, infatti, diffondono le notizie agli organi di stampa e prioritariamente comunicano con le redazioni, di cui sono una delle le principali fonti. Le testate stipulano contratti per riceverne articoli già lavorati o aggiornamenti in tempo reale sui cosiddetti rulli, monitor di computer su cui appaiono i lanci, delle breaking news molto sintetiche (quando non solo titoli). Goria, come molti altri, ha un abbonamento personale base con Reuters, che non garantisce anticipi particolari o contenuti in esclusiva. Anzi, i lanci che compaiono sul suo rullo, ci ha confermato Goria al telefono, vengono poi ripresi letteralmente sul portale Reuters.com, a disposizione di chiunque. Il 60% di questi lanci uscirebbe addirittura in contemporanea sul rullo e sul sito, mentre il restante 40% avrebbe un anticipo di qualche minuto sulla rete professionale. Secondo Reuters, non sarebbe consentito ai giornalisti (anche se Goria è l'unico finora ad aver ricevuto lamentele) riportare su Twitter, nemmeno segnalando la fonte, le headline comunicate agli abbonati. Nemmeno nel caso in cui corrispondessero perfettamente a quelle disponibili sul sito web free dell'agenzia. Ma il contratto stipulato, ci ha raccontato Goria, non prevede specifiche limitazioni per i social media in generale o Twitter in particolare. Secondo Reuters, però, non sarebbe legittimato a farlo.
Twittare o ritwittare contenuti è attività giornalistica? Reuters è legittimata a chiedere - e a minacciare azioni legali - che non vengano diffusi i contenuti dei suoi lanci tramite i social network? Fabrizio Goria si è detto stupito, dato che tra maggio e dicembre dello scorso anno Reuters stessa, tramite il profilo Reuters Insider ha più volte ritwittato Goria quando il giornalista postava su Twitter contenuti attribuiti all'agenzia, come avenuto per esempio il 2 dicembre. "Tutti lo fanno", ha commentato il giornalista: "e io cito sempre la fonte, contrariamente ad altri colleghi". Ecco il problema: esiste un copyright sulle notizie? O un limite ai canali entro cui possano essere diffuse?
Gli esempi di utilizzo di Twitter sono diversissimi. Sky News e Bbc, per esempio, hanno recentemente chiesto ai loro dipendenti di non bruciare le notizie andadole a twittare prima che le testate possano averle diffuse a loro nome. Ma in questo caso si tratta di una policy aziendale interna atta a tutelare i legittimi interessi di un'azienda che vuole preservare la sua attività. Sul lato opposto di atteggiamento,Down Jones ha lanciato da poco il suo servizo Dj Fx trader con cui realizza addirittura interviste su Twitter tramite l'hashtag #fxchat, liberamente ritwittabili da chiunque voglia. Uno degli esempi di maggiore apertura nei confronti dei social network attualmente disponibili.
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marketing personale: 10 consigli per usare LinkedIn
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StartupID | Stefano Passatordi di Searcheeze
Prosegue la rubrica dedicata alle startup di Indigeni Digitali con Intervistato.com. La quattordicesima intervista di StartupID è con Stefano Passatordi, fondatore della startup Searcheeze, una applicazione web per la content curation che ha l’obiettivo di sfruttare appunto la content curation per fare personal e company branding.
L’idea di Searcheeze è un’evoluzione di un altro progetto di Stefano, nato due anni fa, che permetteva di collezionare contenuti dal web. E’ una piattaforma che dà l’opportunità agli utenti di filtrare e selezionare i contenuti migliori che riguardano un determinato topic, contestualizzarli e aggiungere commenti, note o pensieri. Questo meccanismo permette al curator di affermarsi nel tempo come punto di riferimento per l’argomento che sta trattando.
Un elemento importante della tecnologia che ci sta dietro è quella che permette, tramite la barra, di poter selezionare i contenuti con una granularità davvero importante: non si tratta di un servizio di semplice bookmarking, ma dà la possibilità di selezionare il singolo contenuto di una pagina, sia testo che foto e video. Diventa possibile quindi scomporre la pagina e riorganizzare l’argomento con contenuti provenienti da altre sorgenti.
Le maggiori differenze tra Searcheeze e altri servizi di content curationsono fondamentalmente due: in primo luogo la capacità di prelevare il singolo contenuto, e io la capacità collaborativa in tempo reale, che altri sistemi non hanno. Queste caratteristiche peraltro posizionano Searcheeze in un segmento di mercato diverso da quello degli altri competitor.
Il modello di business sarà un modello Freemium, con tre tipologie di account disponibili: un piano gratuito per coloro che lo usano per fare content curation a livello personale, o come hobby; un piano a pagamento a costo ridotto per chi vuole fare personal branding; infine un piano con un prezzo superiore per chi vuole fare personal branding o company branding in maniera professionale, con una forte impronta collaborativa.
I numeri di Searcheezesono abbastanza interessanti: dopo il lancio c’è stata una rapida crescita, e attualmente ci sono più di 20.000 utenti iscritti. Finora comunque non è stato fatto alcun tipo di promozione, ma la diffusione è avvenuta solamente per passaparola, data anche la viralità intrinseca del prodotto: gli utenti tendono infatti a invitare amici o colleghi per collaborare alla curation di un determinato topic.
Alcune delle future funzionalità di Searcheeze saranno: la possibilità di fare curation anche sui social media, oltre che su pagine web assiche;caricare contenuti, non solo raccoglierli, creando un mix con i contenuti già presenti online; una collaborazione più facile e potente; l’inserimento di un motore di suggerimenti di contenuti inerenti al topic curato;promozione degli utenti più attivi e meritevoli grazie all’implementazione di un sistema di rating di tipo misto (algoritmo e valutazione degli utenti).
Stefano ci ha raccontato anche quelle che sono le prospettive per i prossimi 12 mesi, i vantaggi che derivano dall’utilizzo di uno strumento di content curation per le aziende, e alcuni esempi di utilizzo che stanno riscuotendo un grande successo.
Invito tutti a visionare l’intervista integrale, molto ricca di dettagli e anticipazioni.
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Quotidiani italiani e direttori su Twitter (Report) | Tech Fanpage

Editori e giornalisti stanno facendo i conti con il brusco calo delle vendite dei quotidiani, un fenomeno che si sta manifestando conseguentemente alla possibilità di usufruire di contenuti gratuiti online. Il futuro per la stampa non è roseo e nessuno ha ancora trovato il modello di business adatto al momento storico.
I principali quotidiani registrano un elevato numero di accesi al proprio sito web, cifre che però non sono sufficienti a pareggiare le perdite della carta stampata e che non consentono – ad alcune testate – un utile tale da garantire la permanenza in edicola.
Mentre alcune grandi testate internazionali sperimentano la strada dei contenuti online a pagamento, la maggior parte dei quotidiani italiani è ancorata su vecchie strutture organizzative, che non prevedono la presenza di ruoli di spicco dedicati al web.
In questo quadro, Twitter ricopre il ruolo di protagonista, poiché, spesso, esso diventa la prima fonte immediata di informazione. I link contenuti nei 140 caratteri rimandano, di frequente, al sito web di ciascun quotidiano online, rendendo, dunque, il sito di microblogging un ottimo strumento per richiamare lettori.
Per un quotidiano, quindi, diventa opportuno e necessario presidiare i social network, Twitter in particolare, con un account ufficiale della testata e, magari, direttamente con il profilo del direttore e dei giornalisti.
Analizzando la presenza dei quotidiani italiani* su Twitter, si può notare come ben 46 testate su 52 abbiano un profilo ufficiale, ma solo 7 di esse raggiungano una quota significativa di follower (50 mila). Il quadro dei direttori su Twitter, invece, è disarmante. Solo 14 direttori delle 52 testate prese in considerazione hanno un proprio profilo Twitter e, di questiltanto 3 superano quota 10 mila follower.


I grafici a barre che seguono illustrano nel dettaglio rispettivamente la presenza dei quotidiani su Twitter e dei relativi direttori, con un focus sul loro numero di follower, rilevante in termini di audience online.
È interessante notare come – fatta eccezione per i principali quotidiani nazionali – la maggior parte delle testate abbia un numero irrisorio di follower e, quindi, non consideri Twitter uno strumento fondamentale per la promozione dei propri contenuti online.
Si può notare, inoltre, un elevato gap tra il Corriere delle Sera e le testate concorrenti, dovuto soprattutto allo sbarco su Twitter con due anni di ritardo rispetto, ad esempio, a La Repubblica e a Il Fatto Quotidiano.
Le testate locali rispecchiano l’andamento delle vendite in edicola e rimangono ancorate a un pugno di follower che non garantisce loro né traffico sul web, né notorietà sul sito di microblogging.
Il grafico che descrive la presenza dei direttori su Twitter rivela come, questi, non abbiano ancora colto l’importanza dell’informazione in formato 140 caratteri.
In qualche caso, come quello di Ferruccio De Bortoli, la firma principale del giornale ha più follower della testata stessa, e questo non può che giovare a un quotidiano rappresentato dal direttore in prima persona, con le proprie idee, con la propria foto.
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Twitter rompe il muro dei 500 milioni di account in anticipo |
Twopcharts nel mese di gennaio aveva lanciato una previsione che Twitter avrebbe raggiunto i 500 milioni di utenti il prossimo 25 febbraio, con un ritmo di crescita di quasi 900 mila nuovi account registrati al giorno. Ebbene, le previsioni sembrano sbagliate perchè a conti fatti il muro dei 500 milioni di utenti registrati Twitter lo batterà già domani. E non è cosa da poco. Di recente, anche nel nostro paese, si parla molto di Twitter, in Europaè in forte crescita e i numeri alla mano lo confermano. Da tenere in forte considerazione è che l’80% degli account registrati su Twitter provengono dagli Usa. Quindi è possibile e plausibile che una grossa mano alla crescita del numero degli account provenga dall’Europa e dai paesi “emergenti” come India, Indonesia e Cina.
Raak, social media agency di Londra ha realizzato un’analisi&nbse previsione, evidenziando che proprio in questi ultimi due anni Twitter ha conosciuto il grande pubblico crescendo molto più che negli anni precedenti. Il grafico che vedete lo illustra benissimo.
Nell’analisi di Raak, Adrian Pelzer sostiene che due sono stati i momenti che hanno consentito a Twitter di crescere: il primo nel 2007 quando vinse il SXSW web award, un primo grande passo che ha portato un gran numero di registrazioni; poi il secondo due anni dopo, nel marzo del 2009, quando conobbe quello che si definisce il suo hockey stick moment la crescita immediata, così come potrebbe essere vista su un grafico cioè una linea retta orizzontale, dopo un periodo di calma piatta.
Da allora il tasso di registrazione è cresciuto un pò più lento, ma sempre ad un buon ritmo.
Al grafico si è arrivati tenendo conto di due fattori e cioè il tempo in cui un utente si è registrato e il numero identificato di ciascun utente. Ora, bisogna dire che un tweet non è un semplice insieme di 140 caratteri, ma è di più, ad esso infatti sono associati tutti i dati come la nostra biografia o anche lo sfondo del profilo. Ma intercettando un numero considerevole di tweets e facendo riscontri incrociati sui due fattori, tempo e numero id, viene fuori il grafico che vedete in alto. Per saperne di più sulla metodologia.
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Caso studio: Foursquare per una catena commerciale
Tasti D-Lite, una catena di gelaterie molto popolare a New York, ha inaugurato un interessanteprogramma a premi per i propri clienti sui social media.
Come leggiamo su Mashable, circa un mese fa Tasti D-Lite ha annunciato il lancio diTastiRewards, un programma che incentiva i clienti ad associare i loro account Facebook, Twitter e Foursquare alla loro Tasti TreatCard.
Aderendo al programma fedeltà, i clienti possono guadagnare un punto per ogni dollaro speso in prodotti Tasti D-Lite. Con 50 punti, ottengono un gelato gratis. Ma non solo: Tasti D-Lite ha trovato un modo per ottenere informazioni e dati dai loro clienti. Indicando la propria data di nascita, infatti, le persone potranno avere un gelato gratis anche nel giorno del loro compleanno.
Ed ecco come il brand ha agganciato un sistema di fidelizzazione dei clienti (il programma a punti) con i loro account sui social media: prima di tutto, l’utente deve registrare la card sul sito dedicato all’iniziativa, MyTasti.com. Da qui, collegando la propria Card con gli account di Facebook, Twitter e Foursquare, otterrà anche i “bonus social media”, ovvero altri punti aggiuntivi accreditati sulla tessera ogni volta che condividerà una “esperienza Tasti D-Lite” sui social media, ad esempio tramite un check-in presso un punto vendita.
Il sistema di collegamento con gli account sui social media e di condivisione dei messaggi su quegli stessi ambia in modo automatico: ogni volta che la Tasti TreadCard verrà usata presso una delle gelaterie, un messaggio predefinito (o random, in base alle indicazioni dell’utente) verràpubblicato automaticamente sugli account che il cliente ha deciso di collegare alla propria tessera. Questo permette al cliente di guadagnare punti senza sforzo e senza doversi ricordare ogni volta di fare un check-in o un tweet – cosa tra l’altro piuttosto complicata, se si sta mangiando un gelato; e al Brand di ottenere una notevole esposizione sui social media.
Come sostiene Mashable, questa è la prima volta che una catena di esercizi commerciali assegna premi in un programma fedeltà in base all’esposizione sui social media. Ciò che l’utente fa nel punto fisico coincide con la sua attività sugli ambienti social, e viceversa.
Di certo ci sono ampi margini di miglioramento, soprattutto per quanto riguarda l’invio di messaggi automatici in check-in, update e tweet; ma l’iniziativa è interessante per tante ragioni, non ultimo ilSocial Media ROI.
Tasti D-Lite, infatti, può raccogliere molti dati, analizzarli e usarli per approfondire internamente il tema del budget da stanziare per le attività di Social Media Marketing. Ad esempio, si potranno collegare le attività di una card con il numero dei tweet o dei check-in, o incrociare i dati derivanti dalle attività sui social media con quelli relativi alle vendite.
E ora provate a immaginare se, dopo questo primo esempio, ne seguissero altri; se la “battaglia” tra i brand si spostasse definitivamente anche sui Social Media; se, infine, al location-sharing e all’attività che per tanti di noi è naturale su Foursquare, Twitter e Facebook venisse riconosciuto un valore reale…
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Che cosa è Google Drive
Google Drive, il cloud di Mountain View, è in dirittura d’arrivo. Con qualche mese di ritardo, visto che le indiscrezioni lo volevano attivo per la fine del 2011. Google lo starebbe testando su alcuni utenti prima di aprirlo a tutti, come farebbe pensare lo screenshot qui sopra, pubblicato su Geekwire. Già la scorsa settimana un articolo sul Wall Street Journal dava per imminente (settimane o mesi) l’introduzione di un nuovo servizio di Google e capace di creare problemi a Dropbox (45 milioni di utenti e un miliardo di file caricati ogni giorno) e altri servizi simili, come l’italiana Memopal.
Drive assomiglia molto a Docs, che dovrebbe sostituire. Il nuovo servizio di Mountain View dovrebbe consentire anche l’installazione su computer di un’applicazione simile a Music Manager di Google Music per sincronizzare i propri documenti con il cloud di Big B. Esattamente quello che offrono Dropbox e altri servizi di cloud storage. Probabile che sia in programma anche un’app per smartphone, in grado di sincronizzare i documenti come fa già oggi Google Plus con video e foto.
Per Drew Houston è una mazzata peggiorricevuta da Mountain Lion, il nuovo sistema operativo di Apple atteso a luglio e che tramite iCloud permetterà sincronizzare qualunque cosa fra Mac e iDevice. A giudicare dallo screenshot visto, Drive non si occuperà di foto e filmati, per i quali Google rimanderà a Plus, da ieri presente con un bottone fisso sull’home page di Google Search. Secondo il WSJ invece lo farà.
L’obiettivo di Mountain View è omogeneizzare i servizi di cloud storage che già offre tramite Gmail, Docs, Picasa, YouTube e Plus introducendo una funzione unica di sharing che dovrebbe essere quella di Google Plus. Ogni documento avrà un link per essere condiviso. Larry Page, che voleva lanciare Drive già nel 2007, vorrebbe infatti che Plus fosse il portale d’ingresso nei servizi di Google. Drive dovrebbe servire anche a rilanciare i Chromebook.
Il cloud di Google seguirebbe di poco il rilancio di quello di Microsoft, che forse un po’ a sorpresa è appena uscita con l’app di SkyDrive in contemporanea per Windows Phone e iOS. Microsoft per rivaleggiare con Dropbox ha scelto la strada seguita da Google all’epoca di Gmail: offrire più spazio possibile all’utente. SkyDrive mette infatti a disposizione 25 gigabyte gratuiti contro i 2 di Dropbox e i 5 di iCloud. Google è chiamata a fare di meglio e potrebbe offrire ancora più spazio. Basti pensare aGoogle Music, che permette di salvare nel cloud fino a 20 mila canzoni da sincronizzare fra computer e dispositivo mobile. Il WSJ & che a Mountain View pensino ad account premium per chi, per esempio i quattro milioni di utenti delle Google Apps, vorrà salvare file di grosse dimensioni.
Per tutti gli altri l’accesso dovrebbe essere gratuito, con un limite vicino al concetto di illimitato, se vogliamo credere al progetto ChromeOS lanciato otto mesi fa. Mountain View oggi chiede 5 dollari all’anno per 20 gigabyte aggiuntivi oltre a quelli già offerti per Mail (7 gb), Docs (1 gb), Picasa (1 gb) e Google Plus (illimitato, per ora).
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Chiude Vitaminic, la fine di un'era | Tech Fanpage

“Vitaminic, per anni, è stato uno dei primi pensieri quando mettevamo i piedi fuori dal letto: sentire dischi, recensire dischi, andare ai concerti e raccontarveli, aggiornare il sito e tutte quelle altre cose che si accompagnano alla gestione di una webzine. Abbiamo provato a ricominciare daccapo e creare un nuovo sito e una nuova impresa, ma nell’Italia di questi tempi noi trentenni o ventiqualcosa dobbiamo farci in quattro per stare dietro a tutto, e qualcos’altro ha sempre avuto la meglio”. Poche righe per un addio sofferto ma annunciato. Chiude Vitaminic, uno dei pilastri della musica in rete, schiacciato ormai dal peso sempre più grande dei social network più popolari come Facebook.
Fondato nel 1998 da Gianluca Dettori, Franco Gonella e Adriano Marconetto, Vitaminic era un progetto molto ambizioso e interessante: offrire alle giovani band emergenti lo spazio che i circuiti tradizionali concedevano soltanto a nomi già affermati o con alle spalle solide case discografiche. Erano i tempi del boom degli mp3 e la diffusione della musica in rete era ancora in fase embrionale. L’intuizione dei tre giovani italiani fu quella di offrire una vetrina per i gruppi che volevano lanciarsi e creare una propria rete di fan o semplicemente condividere canzoni escluse dai grandi network. In Italia servizi analoghi erano praticamente inesistenti ed anche all’estero cominciavano le prime sperimentazioni in tal senso.
Negli anni poi il sito si è evoluto ed ampliato, con la nascita di numerosi blog che si rifacevano al portale e di una radio in streaming, per poi cambiare linea editoriale nel 2007, con lo sbarco nel vendita di musica online. L’epilogo purtroppo è molto simile a quello già visto perMySpace, il social network musicale per antonomasia. L’arrivo di Facebook ha stravolto inevitabilmente lo status vigente, facendo piazza pulita di tutte le piattaforme specializzate, offrendo una vetrina (con i suoi 800 milioni di account) che nessun altro portale, sito o social network avrebbe mai potuto garantire. La migrazione verso la creatura di Zuckerberg è diventato un passo obbligato per chiunque utilizzi la rete per condividere e raggiungere quante più persone possibili ma allo stesso tempo ciò ha portato al crollo di tutte quelle piccole e grandi realtà “sperimentali” che erano nate in precedenza.
Se MySpace e Yahoo! sono i casi più noti a livello internazionale, sicuramente Vitaminic rappresenta una delle pietre miliari del web italiano, a cui però non è stato risparmiato un destino analogo. L’annuncio della chiusura di Vitaminic campeggia ormai sulla home page del sito, insieme ai malinconici saluti dello staff. I blog e la radio online, garantisce il team di lavoro, continueranno a funzionare regolarmente, mentre a breve il portale verrà definitivamente chiuso.
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Instagram, la app che cattura l’anima | Eleonora Massari | Il Fatto Quotidiano
Devo ammetterlo: anche io sono stata catturata da
Instagram, la Polaroid virtuale che cattura l’anima delle persone. E non sono la sola. Questa applicazione in breve tempo è stata dichiarata da
iTunes l’applicazione dell’anno, dopo aver sedotto oltre
15 milioni di utenti e
230 gruppi in tutto il mondo. In Italia ce ne sono
una trentina, radicati soprattutto nelle città
di Milano, Venezia, Bologna, Torino, Modena, Ascoli Piceno e Catania.In un’era in cui non avere l’iPhone fa sentire inadeguati, l’applicazione che mi sento di mettere sul podio tra tutte quelle scaricabili dalla boutique prestigiosa Apple Store è senza dubbio questa e per più di un motivo. Il primo aspetto positivo è che è gratis. Come ho già detto, Instagram è un’applicazione per lo smartphone Apple che consente di scattare foto e di condividerle anche suTwitter, Facebook e Flickr. È dotata di 16 filtri diversi, in grado di rendere spettacolari e particolari le immagini, grazie a una vasta scelta di combinazioni.
Ritengo che il motivo di un così grande successo sia dato proprio dalla sua semplicità d’uso: si scatta una foto (o la si recupera dalla libreria iPhone), si seleziona l’immagine da salvare, si sceglie il filtro adeguato e la si pubblica.
Si possono seguire altri utenti chiedendone l’amicizia, mettere la privacy alle proprie foto, votare le foto altrui con il bottone like, lasciare commenti e guardare le foto più popolari. Non esiste il messaggio in posta privata, questo fa sì che sia tutto pubblico, utile per mantenere una sorta di dti… io lo chiamo il “Bon Ton” di Instagram.
“Storie di tutti i giorni” raccontate dalle fotografie made in Instagram, una vera e propria dipendenza. Tanto che ormai si è trasformata in una sorta di mania tra il popolo degliInstagramers quella di condividere la vita di tutti i giorni in istantanea.
Gli assuefatti di questa applicazione hanno ideato una social community famosa ormai in tutto il mondo. Tramite questo link http://instagramers.com/ hanno creato un vero e proprio spazio virtuale in cui organizzano mostre, concorsi ed eventi con tanto di premiazione per la foto migliore.
Anche gli Instagrameers italiani hanno creato un loro link http://instagramersitalia.it/ e sono ormai schiavi di questa applicazione: proprio a Roma in questi giorni hanno organizzato la loro prima mostra nella quale sono state selezionate le migliori 35 foto taggate #igersroma. A Milanoproprio stasera gli Instagramers parteciperanno all’evento di un noto brand scattando foto della serata. La migliore verrà premiata.
Ma a Bologna non siamo certo da meno: pochi mesi fa infatti, gli Instagramers bolognesi, hanno organizzato una mostra evento alle Officine Minganti, come se fosse un vero e proprio concorso ed è stato coronato da grande successo.