Italia
l100
by Giacomo - 06/02/2009

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Cap. 8 – Espansione degli argomenti riassunti nel cap. 5

e piccola antologia letteraria relativa al nome Italia.

 

 

181 - Eneide, 22 a.C. circa, di Publio Virgilio Marone (Mantova 70 a.C. – Napoli 19 a.C.).

Traduzione dal latino all'italiano di Annibal Caro (Civitanova Marche 1507 - Roma 1566).

L'Italia viene nominata innumerevoli volte nel poema, fin dai primi versi del primo libro. Nel libro III l'Italia viene descritta come meta di Enea: "Una parte d'Europa... Italia è detta. Questa è la terra destinata a noi." Secondo la leggenda, i Romani discesero appunto dalla stirpe di Anchise ed Enea. Ecco un breve estratto dalla parte finale del libro terzo, quando Enea e i suoi  uomini vedono la Calabria dalle loro navi ("legni"): per loro è la prima visione  dell'Italia (poco dopo apparirà alla loro vista anche la Sicilia, dominata dall'Etna).

 

Avea l'Aurora già vermiglia e rancia

scolorite le stelle, allor che lunge

scoprimmo, e non ben chiari, i monti in prima,

poscia i liti d'Italia. - Italia! - Acate

gridò primieramente. - Italia! Italia! - da

ciascun legno ritornando allegri

tutti la salutammo. Allora Anchise

con una inghirlandata e piena tazza

in su la poppa alteramente assiso:

"O del pelago - disse - e de la terra,

e de le tempeste numi possenti,

spirate aure seconde, e vèr l'Ausonia

de' nostri legni agevolate il corso".

 

 

182 - Naturalis Historia, scritta nel 77 d.C. da Plinio il Vecchio (Como 23 d.C. – Pompei, presso Napoli 79 d.C.). Plinio fu vittima della famosa eruzione del Vesuvio.

Nel libro III Plinio descrive l'Italia e le sue regioni. In particolare nel verso 38 afferma:

"Dalla Liguria, attraverso l'Etruria, l'Umbria, il Lazio, dove c'è Roma, capitale di tutte queste terre, e quindi la Campania, la Lucania e il Bruzzio (l'odierna Calabria), l'Italia scorre lungamente dalle Alpi verso Sud, immergendosi nei mari".

Nel verso 138 (quasi alla fine del libro) Plinio conclude:

"Questa è l'Italia sacra agli dei" ("Haec est Italia diis sacra").

 

 

183 - Dante Alighieri (Firenze 1265 – Ravenna 1321) esprime la necessità di una guida illuminata per l'Italia già nel 1294 nel "Convivio", scritta in volgare parecchi anni prima della Divina Commedia: "Lo quale cavallo come vada sanza lo cavalcatore per lo campo assai è manifesto, e spezialmente ne la misera Italia, che sanza mezzo alcuno a la sua governazione è rimasa!" (Convivio IV, IX, 10).

Dante ribadisce ed ampia questo concetto nella Divina Commedia (scritta tra il 1304 e il 1320), specialmente nel sesto Canto del Purgatorio. L'Italia per la verità è nominata molte volte fin dal primo Canto dell'Inferno (I, 106). Anche i suoi confini sono ricordati nella Divina Commedia  (Inferno, IX, 114), dopo che erano stati ampiamente e chiaramente indicati nel De Vulgari Eloquentia (punto 157).

Vediamo il lamento di Dante sull'Italia nel Canto sesto del Purgatorio, che riprende (e capovolge) la storica definizione di Giustiniano (v. punto 109): “L’Italia non è una provincia ma la Signora delle province” (dal latino “Domina” = Signora o Donna).

 

(76) Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

...

(82) e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode

di quei ch'un muro e una fossa serra.

...

(88) Che val perché ti racconciasse il freno

Iustinïano, se la sella è vota?

...

(91) Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi ciò che Dio ti nota.

...

(112) Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

«Cesare mio, perché non m'accompagne?»

 

L'incontenibile invettiva di Dante giunge quasi a sfiorare la bestemmia quando chiama in causa perfino Gesù (qui chiamato Giove):

 

(118) E se licito m'è, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

...

(124) Ché le città d'Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogne villan che parteggiando viene.

 

L'affermazione è chiaramente sarcastica: Claudio Marcello fu un comandante ed eroe Romano, celebrato anche da Virgilio, ma nell'Italia dell'epoca diventavano capi non coloro che lo meritavano, come Marcello e Cesare nell'antica Roma, bensì quei "villani" che usavano metodi corrotti ("parteggiando"). Il sarcasmo di Dante diventa poi graffiante quando cita la sua città, Firenze:

 

(127) Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca.

...

(136) Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace, e tu con senno!

...

(142) ... che fai tanto sottili

provedimenti, ch'a mezzo novembre

non giugne quel che tu d'ottobre fili.

 

 

 

184 - Francesco Petrarca (Arezzo 1304 – Arquà, Veneto, 1374), nel sonetto

“O d'ardente vertute ornata e calda” (CXLVI del Canzoniere, anno 1340 circa), scrive:

«Il bel paese ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe».

Ovvero: l'Italia è il bel Paese che gli Appennini ripartiscono e che le Alpi e il mare circondano.

 

Inoltre Petrarca dedica un lungo canto all'Italia nella poesia CXXVIII del Canzoniere:

“Italia mia” o “All’Italia” (1343).

 

Italia mia, benché 'l parlar sia indarno

a le piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,

piacemi almen che' miei sospir' sian quali

spera 'l Tevero et l'Arno,

e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio.

Rettor del cielo, io cheggio

che la pietà che Ti condusse in terra

Ti volga al Tuo dilecto almo paese.

...

Ben provide Natura al nostro stato,

quando de l'Alpi schermo

pose fra noi et la tedesca rabbia;

...

Io parlo per ver dire,

non per odio d'altrui, né per disprezzo.

...

Non è questo 'l terren ch'i' tocchai pria?

Non è questo il mio nido

ove nudrito fui sí dolcemente?

Non è questa la patria in ch'io mi fido,

madre benigna et pia,

che copre l'un et l'altro mio parente?

...

L'antiquo valore

ne l'italici cor' non è anchor morto.

...

Canzone, io t'ammonisco

che tua ragion cortesemente dica.

...

Di' lor: - Chi m'assicura?

I' vo gridando: Pace, pace, pace. –

 

Ecco inoltre una breve prosa di Petrarca, scritta nel 1353 guardando l’Italia dall’alto del Monginevro, nelle Alpi Cozie. In queste righe egli dimentica la triste situazione in cui si trova il “Bel Paese” e ne celebra solo la grandezza:

 

O nostra Italia!

Ti saluto, terra cara a Dio; o santissima terra, sicura ai buoni e tremenda ai superbi, più nobile, più fertile e più bella di tutte le regioni, cinta da due mari altera di monti famosi, onoranda a un tempo in leggi e in armi, stanza delle muse, ricca d'uomini e d'oro, ti saluto! L'arte e la natura insieme su te versarono in copia [abbondanza] i loro favori e ti fecero maestra del mondo. [...] Riconosco la patria e la saluto contento. Salve, o bella madre; o gloria del mondo, salve!

 

 

185 - Galeazzo di Tarsia (Napoli 1520 - 1553) intorno al 1540 scrisse questo sonetto:

 

“Già corsi l'Alpi” o “All'Italia”.

 

Già corsi l'Alpi gelide e canute,

Mal fida siepe a le tue rive amate;

Or sento, Italia mia, l'aure odorate,

E l'aer pien di vita e di salute.

Quante m'ha dato Amor, lasso!, ferute,

Membrando la fatal vostra beltate,

Chiuse valli, alti poggi ed ombre grate,

Da' ciechi figli tuoi mal conosciute!

Oh felice colui che un breve e colto

Terren tra voi possiede, e gode un rivo,

Un pomo, un antro e di fortuna un volto! [...]

 

 

186 - L’articolo “La patria degli italiani” fu pubblicato anonimo nel 1765 nella rivista "Il Caffé", diretta dal filosofo illuminista ed economista Pietro Verri, ma è attribuito a Gian Rinaldo Carli (Capodistria 1720 - Milano 1720). L'episodio si svolge in un caffè di Milano.

 [...] In questa bottega s'introdusse ier l'altro un Incognito; [...] e fatti i dovuti offizi di decente civiltà, si pose a sedere chiedendo il caffè. V'era sfortunatamente vicino a lui un giovine Alcibiade [...]. Vano, decidente e ciarliere a tutta prova. Guarda egli con un certo sorriso di superiorità l'Incognito; indi gli chiede s'era egli forestiere. Questi [...] con una certa aria di composta disinvoltura risponde: "No Signore". "E' dunque Milanese?" riprese quegli. "No Signore, non sono Milanese", soggiunse questi. A tale risposta atto di maraviglia fa l'interrogante; e ben con ragione, perché tutti noi colpiti fummo dall'introduzione di questo dialogo [...].

"Sono Italiano", risponde l'Incognito, "e un Italiano in Italia non è mai forestiere come un Francese non è forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in Olanda, e così discorrendo". Si sforzò in vano il Milanese di addurre in suo favore l'universale costume d'Italia di chiamare col nome di forestiere chi non è nato e non vive dentro il recinto d'una muraglia; perché l'Incognito interrompendolo con franchezza soggiunse: "Fra i pregiudizi dell'opinione v'è in Italia anche questo; [...] che gli rende inospitali e inimici di lor medesimi, e d'onde per conseguenza ne derivano l'arenamento delle arti, e delle scienze, e impedimenti fortissimi alla gloria nazionale, la quale mal si dilata quando in tante fazioni, o scismi viene divisa la nazione [...]. Da questa rivalità, che dai Guelfi e Ghibellini sino a noi fatalmente discese, ne viene la disunione, e dalla disunione il reciproco disprezzo. Chi è quell'Italiano, che abbia coraggio di apertamente lodare una manifattura, un ritrovato, una scoperta, un libro d'Italia, senza il timore di sentirsi tacciato di cieca parzialità, e di gusto depravato e guasto?".

A tale interrogazione un altro caffettante, a cui fe' eco Alcibiade, esclamò che la natura degli uomini era tale di non tenere mai in gran pregio le cose proprie. "Se tale è la natura degli uomini" riprese l'Incognito, "noi altri Italiani siamo il doppio almeno più uomini degli altri, perché nessun oltremontano ha per la propria nazione l'indifferenza che noi abbiamo per la nostra" [...].

Io risposi: "Appare Newton nell'Inghilterra, e lui vivente l'isola è popolata da' suoi discepoli, da' astronomi, da' ottici, e da' calcolatori, e la nazione difende la gloria del suo immortale maestro contro gli emoli suoi. Nasce nella Francia Des Cartes [Cartesio] e dopo sua morte i Francesi pongono in opera ogni sforzo per sostenere le ingegnose e crollanti sue dottrine. Il Cielo fa dono all'Italia del suo Galileo, e Galileo ha ricevuti più elogi forse dagli estranei a quest'ora, che dagli Italiani".

Fattasi allora comune, in cinque ch'eravamo al caffè, la conversazione, e riconosciuto l'Incognito per uomo colto, di buon senso, e buon patriota, da tutti in vari modi si declamò contro la infelicità a cui da un pregiudizio troppo irragionevole siam condannati di credere che un Italiano non sia concittadino degli altri Italiani, e che l'esser nato in uno piuttosto che in altro di quello spazio "che Appennin parte, il Mar circonda e l'Alpe" [Petrarca, punto 184] confluisca più o meno all'essenza, o alla condizione della persona. Fu allora che rallegratosi un poco l'Incognito cominciò a ragionare in tal guisa: "Dacché convinti i Romani [...] si determinarono per la salvezza della repubblica ad interessare tutta Italia nella loro conservazione, passo passo tutti gl'Italiani ammisero all'amministrazione della repubblica: dal Varo all'Arsa [v. punto 99] tutti i popoli divennero in un momento Romani. "Ora tutti sono Romani", parlando degli Italiani, dice Strabone [v. punto 100]. Tutti adunque partecipi degli onori di Roma [...]. Se le nazioni dovessero gareggiar fra di esse per la nobiltà, noi Italiani certamente non la cediamo a nessun'altra nazione d'Europa; [...] l'Italia “rerum domina” si chiamava, come prima dicevasi la sola Roma" [“rerum domina” = Signora di tutte cose, v. punti 100 e 109].

"In cotesti tempi crediamo noi che [...] un Italiano fosse forestiero in Italia? No certamente; se persino la suprema di tutte le dignità, cioè il consolato, comune sino agli ultimi confini d'Italia si rese. Siamo stati dunque tutti simili in origine; che origine di nazione io chiamo quel momento in cui l'interesse e l'onore la unisce e lega in un corpo solo e in un solo sistema. Vennero i barbari, approfittando della nostra debolezza, ad imporci il giogo di servitù, non rimanendo se non che in Roma un geroglifico della pubblica libertà nella esistenza del Senato romano. Sotto a' Goti pertanto siamo tutti caduti nelle medesime circostanze e alla medesima condizione ridotti. Le guerre insorte fra Goti e Greci [i “Greci” sarebbero i Bizantini, v. punto 108], la totale sconfitta di quelli e la sopravenienza` de' Longobardi han fatto che l'Italia in due porzioni rimanesse divisa. La Romagna, il Regno di Napoli e l'Istria sotto i Greci; e tutto il rimanente sotto de' Longobardi [v. punti 110 e 111]. Una tal divisione non alterò la condizione degl'Italiani, se non in quanto che quelli, che sotto a Greci eran rimasti, seguirono a partecipare degli onori dell'Impero trasferito in Costantinopoli, memorie certe ne' documenti essendosi conservate di Romagna, d'Istria e di Napoli [...]. Ma rinnovato l'Impero in Carlo Magno, eccoci di nuovo riuniti tutti in un sistema uniforme. Questo fu lo stato d'Italia per lo spazio di undici secoli [v. punto 112; evidentemente intende dal I secolo a.C. fino all'anno 1000 d.C. circa]; e questo non basta a persuader gl'Italiani d'esser tutti simili fra di loro, e d'esser tutti Italiani" [...].

Ora ciò posto, qual differenza ritrovar si può mai fra Italiano e Italiano, se uguale è l'origine, se uguale il genio, se ugualissima la condizione? E se non v'è differenza, per qual ragione in Italia tale indolenza, per non dire alienazione, regnar deve fra noi da vilipenderci scambievolmente, e di credere straniero il bene della nazione? [...] Non per questo si dirà mai che un Italiano sia qualche cosa di più o di meno d'un Italiano, se non da quelli a' quali manca la facoltà di penetrare al di là del confine delle apparenze e che pregiano una pancia dorata e inargentata più che un capo ripieno di buoni sensi ed utilmente ragionatore. Alziamoci pertanto un poco e risvegliamoci alla fine per nostro bene”.

“Il Creatore del tutto nel sistema planetario pare che ci abbia voluto dare un'idea del sistema politico. Nel fuoco dell'elissi sta il Sole. Pianeti, o globi opachi, che ricevono il lume da lui, vi si aggirano intorno [...]. Alcuni di questi globi intorno di sé hanno de' globi più piccoli, che con le medesime leggi si muovono [i satelliti]. Alcuni altri sono soli e isolati. Trasportiamo questo sistema alla nostra nazionale politica. Grandi, o picciole sieno le città, sieno esse in uno, o in altro spazio situate, abbiano esse particolari leggi nelle rivoluzioni sopra i propri assi, siano fedeli al loro natural sovrano ed alle leggi, abbiano più o meno di corpi subalterni: ma benché divise in domìni diversi, e ubbidienti a diversi sovrani, formino una volta per i progressi delle scienze e delle arti un solo sistema; e l'amore di patriotismo, vale a dire del bene universale della nostra nazione, sia il Sole che le illumini e che le attragga. Amiamo il bene dovunque si ritrovi; promoviamolo ed animiamolo ovunque rimane sopito o languente; e lungi dal guardare con l'occhio dell'orgoglio e del disprezzo chiunque che per mezzo delle arti, o delle scienze tenta di rischiarare le tenebre [...], sia nostro principale proposito d'incoraggiarlo e premiarlo. Divenghiamo pertanto tutti di nuovo Italiani, per non cessar d'esser uomini" .

Detto questo s'alzò improvvisamente l'Incognito, ci salutò graziosamente e partì, lasciando in tutti un ardente desiderio di trattare più a lungo con lui e di godere della verità dei di lui sentimenti.

 

 

187 - Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte 1749 - Weimar 1832) nel 1788 scrive "Viaggio in Italia". Durante il secondo viaggio egli scrisse (ovviamente in tedesco) la seguente poesia, diventata celebre come espressione della nostalgia ("Sehnsucht") di molti artisti verso l'Italia:

 

Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?

Nel verde fogliame splendono arance d'oro

Un vento lieve spira dal cielo azzurro

Tranquillo è il mirto, sereno l'alloro

Lo conosci tu bene?

Goethe però fu anche colpito negativamente dal disordine e dallo scarso senso civico che trovò in Italia (ormai nel pieno della sua decadenza, dopo il Rinascimento, e ben prima del Risorgimento), cosicché durante il suo secondo viaggio in Italia scrisse:

 

L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade,

ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.

Onestà tedesca ovunque cercherai invano,

c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina;

ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida,

e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.

 

Questo contribuirà alla nascita e alla crescita di vari pregiudizi sull'Italia e sugli italiani (non tutti infondati, dobbiamo ammettere), quelli che un secolo più tardi De Amicis rifiuterà nel libro Cuore nel suo racconto sul “patriota padovano” (v. punto 199).

 

 

188 - L'Italia a partire dal 17° secolo dava di sé un'idea paradossale: a fianco della sua immagine classica di civiltà e faro mondiale di arte e cultura, si formava un'immagine esattamente contraria, di decadenza, povertà, abbandono, incuria, scarso senso civico e perfino di corruzione e delinquenza. Questo fu detto non solo da Goethe, ma anche da Samuel Sharp (“Letters from Italy”, 1765), da Pierre-Jean Grosley (“Nouveaux mémoires ou observations sur l'Italie et les Italiens », 1764) e riconosciuto anche da autori italiani: Carlo Goldoni nella commedia “La vedova scaltra” (1748) confronta ironicamente il comportamento di un italiano, un francese, un inglese e uno spagnolo, anticipando così le ben note barzellette attuali. Alessandro Verri scriveva al fratello Pietro nel 1768, parlando così del loro comune amico Alfonso Longo: "Non è cattivo, ma è italiano". Sempre nel 1768 Giuseppe Baretti scriveva in inglese il saggio: “An Account of the manners and customs of Italy”.

 

 189 - Un ritratto obiettivo e lucidissimo della situazione dell'Italia all'inizi dell'800 fu compilato da Giacomo Leopardi nel suo saggio "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani" (1824) di cui riportiamo un brevissimo stralcio, che si ricollega col punto 188:

"L'Italia è, quanto alle opinioni, a livello cogli altri popoli, eccetto una maggior confusione nelle idee, ed una minor diffusione di cognizioni nelle classi popolari".

Di Leopardi parleremo ampiamente più avanti (punti 192 e 193).

 

190 - Stendhal, pseudonimo di Henry Beyle, scrittore francese (Grenoble 1783 - Parigi 1842), nel 1800 giunge a Milano (a soli 17 anni) al seguito delle armate napoleoniche e si innamora di Milano prima (dove poi si stabilì per 7 anni, dal 1814 al 1821) e poi di tutta l'Italia. Già prima di giungere in Italia era innamorato delle musiche di Domenico Cimarosa e di Gioacchino Rossini. Tra le sue opere ricordiamo:

- La storia della pittura in Italia (1817)

- Roma, Napoli e Firenze (1817)

- I briganti in Italia (1827)

- Piccola guida per il viaggio in Italia (1828)

- Passeggiate Romane (1829)

- La Certosa di Parma (1839).

Ovviamente, essendo francese, egli scriveva nella sua lingua, ma sulla sua tomba (a Parigi) vi è scritto: "Henry Beyle milanese". Oggi si usa dire "Sindrome di Stendhal" per definire lo sconvolgimento provocato al turista dall'eccessiva bellezza dei luoghi visitati e delle opere d'arte ammirate, effetto provocatogli dalle sue visite in diverse città d'Italia. In particolare, secondo il racconto dello stesso autore, Stendhal fu colto da malore nella Chiesa di Santa Croce da Firenze, rischiando il ricovero.

 

 

 

191 - Vincenzo Monti (Alfonsine, Ravenna, 1754 – Milano 1828) nel 1801 scrive la poesia:

 

“Per la liberazione d'Italia”.

 

Bella Italia, amate sponde

pur vi torno a riveder!

Trema in petto e si confonde

l'alma oppressa dal piacer.

[...]

Il giardino di natura,

no, pei barbari non è.

Bonaparte al tuo periglio

dal mar libico volò;

vide il pianto del tuo ciglio,

e il suo fulmine impugnò.

[...]

Ve' sull'Alpi doloroso

della patria il santo amor,

alle membra dar riposo

che fur velo al tuo gran cor.

 

 

192 – Il grande poeta Giacomo Leopardi (Recanati, Marche, 1798 – Napoli 1837)  scrisse varie opere sull'Italia e sugli italiani. Abbiamo già riportato un passo sopra (punto 9). Ora vediamo altri suoi scritti. Uno poco conosciuto è “Orazione agli Italiani” del 1815. Altri sono i seguenti:

 

“Prime confessioni” (dall'Epistolario).

 

Recanati, 21 Marzo 1817.

[...] Mia patria è l'Italia; per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto Italiano, perché alla fine la nostra letteratura, sia pure poco coltivata, è la sola figlia legittima delle due sole vere tra le antiche [si riferisce alla letteratura greca e latina].

 

“Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica” (1818).

 

[...] Essendomi sforzato sin qui di costringere i moti dell'animo mio, non posso più reprimerli, né tenermi ch'io non mi rivolga a voi, Giovani Italiani, e vi preghi per la vita e le speranze vostre che vi moviate a compassione di questa nostra patria, la quale caduta in tanta calamità quanta appena si legge di verun'altra nazione del mondo, non può sperare né, vuole invocare aiuto nessuno altro che il vostro. Io muoio di vergogna e dolore e indignazione pensando ch'ella sventuratissima non ottiene dai presenti una goccia di sudore. [...] Soccorrete, o Giovani Italiani, alla patria vostra, date mano a questa afflitta e giacente, che ha sciagure molto più che non bisogna per muovere a pietà, non che i figli, i nemici. Fu padrona del mondo, e formidabile in terra e in mare, e giudice dei popoli, e arbitra delle guerre e delle paci, magnifica, ricca lodata, riverita, adorata [...]. Tutto è caduto: inferma, spossata, combattuta, pesta, lacera e alla fine vinta e doma la patria nostra, perduta la signoria del mondo e la signoria di se stessa, [...] non serba altro che l'imperio delle lettere e arti belle, per le quali come fu grande nella prosperità, non altrimenti è grande e regina nella miseria. [...] Io vi prego e supplico, o Giovani Italiani, io m'atterro dinanzi a voi; per la memoria e la fama unica ed eterna del passato, e la vista lagrimevole del presente, impedite questo acerbo fatto, sostenete l'ultima gloria della nostra infelicissima patria. [...]

 

 

 

 

193 - Riportiamo anche dei passaggi da due famose poesie di Giacomo Leopardi:

 

“All’Italia” (1818).

 

O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l'erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi

I nostri padri antichi.

...

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,

Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo

Siede in terra negletta e sconsolata,

Nascondendo la faccia

Tra le ginocchia, e piange.

Piangi, che ben hai donde, Italia mia.

...

Come cadesti o quando

Da tanta altezza in così basso loco?

Nessun pugna per te? non ti difende

Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo

Combatterò, procomberò sol io.

Dammi, o ciel, che sia foco

Agl'italici petti il sangue mio.

 

 

“Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze” (1818).

...

O Italia, a cor ti stia

Far ai passati onor; che d'altrettali

Oggi vedove son le tue contrade,

Né v'è chi d'onorar ti si convegna.

Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,

Quella schiera infinita d'immortali,

E piangi e di te stessa ti disdegna;

...

Qualunque petto amor d'Italia accende.

Amor d'Italia, o cari,

Amor di questa misera vi sproni.

...

O glorioso spirto,

Dimmi: d'Italia tua morto è l'amore?

Di': quella fiamma che t'accese, è spenta?

 

 

194 – Alessandro Manzoni (Milano 1785 - 1873), nel 1821 scrisse l’ode “Marzo 1821”.

...

Non fia loco ove sorgan barriere

Tra l'Italia e l'Italia, mai più!

...

Una gente che libera tutta

O fia serva tra l'Alpe ed il mare;

Una d'arme, di lingua, d'altare,

Di memorie, di sangue e di cor.

...

O stranieri, nel proprio retaggio

Torna Italia e il suo suolo riprende;

O stranieri, strappate le tende

Da una terra che madre non v'è.

Non vedete che tutta si scote,

Dal Cenisio alla balza di Scilla?

...

Chi v'ha detto che sterile, eterno

Saria il lutto dell'itale genti?

Chi v'ha detto che ai nostri lamenti

Saria sordo quel Dio che v'udì?

...

 

 

195 - L’Inno di Mameli, o "Fratelli d'Italia", o "Il Canto degli Italiani", fu scritto nel 1847 dal patriota Goffredo Mameli (Genova 1827 - Roma 1849), scomparso a soli 22 anni. L'inno fu musicato da Michele Novaro, anch'egli genovese. Già nel 1862 il grande musicista Giuseppe Verdi lo indicò come inno nazionale, ma lo diventò solo nel 1946. Per un breve periodo nel 1946 l’inno nazionale fu "La leggenda del Piave" (noto anche come "Il 24 Maggio", "La Canzone del Piave"  o "Il Piave mormorava"), di Giovanni Gaeta, noto con lo pseudonimo E.A. Mario. Dal 1861 al 1946 l'inno nazionale fu la "Marcia Reale", il cui testo nominava l'Italia pur essendo stato scritto già nel 1847 per il Re Piemontese.

Alcune curiosità: l'inno di Mameli è tuttora inno provvisorio della Repubblica italiana!

La versione originale non iniziava con "Fratelli d'Italia" bensì con "Evviva l'Italia".

 

Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta; Dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa.  Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma; Ché schiava di Roma Iddio la creò.Stringiamci  a coorte! Siam pronti alla morte; Italia chiamò.Noi siamo da secoli calpesti, derisi,Perché non siam popolo, perché siam divisi.Raccolgaci un'unica bandiera, una speme;Di fonderci insieme già l'ora suonò.Stringiamci  a coorte!  Siam pronti alla morte; Italia chiamò.Uniamoci, amiamoci; l'unione e l'amoreRivelano ai popoli le vie del Signore.  Giuriamo far libero il suolo natio:Uniti, per Dio, chi vincer ci può?Stringiamci  a coorte!  Siam pronti alla morte; Italia chiamò.Dall'Alpe a Sicilia, dovunque è Legnano [v. punto 118];Ogn'uom di Ferruccio ha il core e la mano [v. punti 58 e 135]; I bimbi d'Italia si chiaman Balilla [v. punto 135]; Il suon d'ogni squilla i vespri suonò [v. punto 135]....

 

 

 

 

 

 

 

196 - Giuseppe Mazzini (Genova 1805 – Pisa 1872) nel 1859 scrisse "La Patria" (da "I Pensieri")

 

La patria è la vostra vita collettiva, [...] che, quando errate su terre al di là dell'Oceano, v'annuvola l'occhio di lagrime se v'abbattete subitamente in una lapide sulla quale sia scritto un nome Italiano. La patria è prima d'ogni altra cosa la coscienza della patria. Però che il terreno sul quale movono i vostri passi e i confini che la natura pose fra la vostra e le terre altrui e la dolce favella che vi suona per entro, non sono che la forma visibile della patria; ma se l'anima della patria non palpita in quel santuario della vostra vita che ha nome coscienza, quella forma rimane simile a cadavere senza moto ed alito di creazione, e voi siete turba senza nome, non nazione, gente, non popolo...

La patria è la fede nella patria. Dio che creandola sorrise sovr'essa, le assegnò per confine le due più sublimi cose ch'ei ponesse in Europa, simboli dell'eterna forza e dell'eterno moto, l'Alpi e il mare. Dalla cerchia immensa dell'Alpi, simile alla colonna di vertebre che costituisce l'unità della forma umana, scende una catena mirabile di continue giogaie che si stende sin dove il mare la bagna e più oltre nella divelta Sicilia. E il mare la ricinge quasi d'abbraccio amoroso ovunque l'Alpi non la ricingono: quel mare che i padri dei padri chiamarono Mare Nostro. E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa in quel mare Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole dove natura di suolo e ossatura di monti e lingua e palpito d'anime parlan d'Italia.

 

 

197 - Ippolito Nievo (Padova 1831 – Palermo 1861), autore del celebre romanzo "Confessioni di un Italiano", fu patriota e combattente ma morì in un banale naufragio di una nave di linea partita da Palermo per Napoli. Leggiamo una sua poesia ironica che sorprende per la sua modernità e attualità, sebbene sia stata scritta nel 1858, tre anni prima dell'Unità d'Italia. Ad esempio il "Corso dei fondi" era equivalente agli attuali quotidiani "Il Sole 24 ore" o "Wall Street Journal" e riportava l'andamento dei mercati azionari e delle merci.

 

“Il turista a Venezia” (da "Le Lucciole", 1858).

 

Vien duro da Marsiglia

colla sua guida in tasca

ed in Piazzetta casca

illustre oltramontan.

Fiuta San Marco, sbircia

la scala dei giganti,

compra un paio di guanti,

si sdraia da Florian.

Carezza un po' la morbida

"Rivista de' due Mondi",

guarda il "Corso dei fondi",

paga il cigarro e il thè. [...]

 

 

198 - Il libro “Cuore”, scritto nel 1886 da Edmondo De Amicis (Oneglia, Liguria 1846 – Bordighera 1908) riscosse un successo enorme e fu per decenni un testo fondamentale per la formazione dei bambini, al pari di Pinocchio, rispetto al quale veniva considerato più maturo ed impegnato, almeno fino agli anni '50. Dagli anni '60 la situazione si è capovolta ed il libro è stato sottoposto a critiche e derisioni.

 

“Bella Italia, grande e gloriosa da molti secoli; unita e libera da pochi anni; che spargesti tanta luce d'intelletti divini sul mondo [...]. Amo i tuoi mari splendidi e le tue Alpi sublimi, amo i tuoi monumenti solenni e le tue memorie immortali; amo la tua gloria e la tua bellezza; t'amo e ti venero tutta come quella parte diletta di te, dove per la prima volta vidi il sole e intesi il tuo nome. V'amo tutte di un solo affetto e con pari gratitudine, Torino valorosa, Genova superba, dotta Bologna, Venezia incantevole, Milano possente; v'amo con egual reverenza di figlio, Firenze gentile e Palermo terribile. Napoli immensa e bella, Roma meravigliosa ed eterna”.

Nota: perché Palermo è definita "terribile"? Probabilmente per il furore dimostrato durante il Risorgimento e forse anche per l'episodio dei Vespri Siciliani, che risale al 1282 (v. punto 135), quando la rivolta iniziata a Palermo portò a cacciare gli invasori francesi dall'isola. I Vespri Siciliani sono ricordati nell'inno di Mameli (v. punto 195) e ad essi è dedicata un’opera di Giuseppe Verdi (1855, in pieno Risorgimento). Li ricorda anche un film del 1986. Una curiosità: per riconoscere i francesi, i siciliani mostravano loro dei ceci ("ciciri") e chiedevano che cosa fossero. La pronuncia dei francesi era totalmente diversa da quella dei siciliani: ad esempio non sapevano pronunciare la "c" dolce e dicevano "sesì" o "sisirì" (ovviamente con la erre francese).

 

 

199 - Un altro estratto dal libro Cuore di De Amicis.

 

“L'amor di Patria”.

[...] Lo sentirai quando sarai un uomo, quando ritornando da un viaggio lungo, dopo una lunga assenza, e affacciandoti una mattina al parapetto del bastimento, vedrai all'orizzonte le grandi montagne azzurre del tuo paese; lo sentirai allora nell'onda impetuosa di tenerezza che t'empirà gli occhi di lagrime e ti strapperà un grido dal cuore. Lo sentirai in qualche grande città lontana, nell'impulso dell'anima che ti spingerà fra la folla sconosciuta verso un operaio sconosciuto, dal quale avrai inteso, passandogli accanto, una parola della tua lingua. Lo sentirai nello sdegno doloroso e superbo che ti getterà il sangue alla fronte, quando udrai ingiuriare il tuo paese dalla bocca d'uno straniero [...]”.

 

Quest'ultimo concetto si ricollega a quello espresso in uno dei "racconti mensili" del libro Cuore: "Il piccolo patriotta padovano", bambino poverissimo che rifiuta del denaro da alcuni stranieri che avevano parlato male dell'Italia [v. punti 187 e 188]. Altri famosi racconti patriottici sono "La piccola vedetta lombarda" e "Il tamburino sardo".

 

 

200 - Il “Volo su Vienna”.

 

Nel presente libretto si è voluto parlare poco del Risorgimento. Per compensazione, mi sia consentito dare un certo rilievo ad un atto di incredibile audacia compiuto dal poeta Gabriele d'Annunzio (Pescara 1863 - Gardone, Brescia 1938), e da altri 7 aviatori nel corso della Prima Guerra Mondiale. Il 9 Agosto 1918, mentre la guerra era in pieno svolgimento, gli 8 italiani sorvolarono l'Austria, sfidando il fuoco nemico, per lanciare su Vienna semplicemente 400.000 manifestini! La maggior parte di essi (350.000) riportava la bandiera italiana con il seguente testo, tradotto in tedesco:

 

"Viennesi! Imparate a conoscere gli Italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà. Noi non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne. Noi facciamo la guerra al vostro governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d'odio e d'illusioni".

 

Il messaggio prosegue con alcuni dettagli sulla situazione politica dell'epoca, che sarebbe difficile capire oggi. Questo testo, di cui furono stampate anche alcune copie in italiano, era di Ugo Ojetti e fu preferito ad un altro scritto da D'Annunzio, giudicato troppo difficile, di cui comunque furono sganciate circa 50mila copie, in italiano. Riportiamo alcuni passaggi di questo volantino:

 

"In questo mattino d'agosto [...] l'ala tricolore vi apparisce all'improvviso, come l'indizio del destino che si volge. [...] Il destino si volge verso di noi con una certezza di ferro [...]. La vostra ora è passata. Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina [...]. Non siamo venuti se non per la gioia dell'arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremo osare e fare quando vorremo nell'ora che sceglieremo [...].

Viva l'Italia! Gabriele D’Annunzio”.

 

A questa impresa fu dato ampio rilievo dai giornali di tutto il mondo. Ecco i nomi degli altri 7 aviatori: Natale Palli, Antonio Locatelli, Piero Massoni, Aldo Finzi, Ludovico Censi, Giordano Granzarolo, Gino Allegri. Partirono anche altri 4 velivoli: quello di Giuseppe Sarti fu costretto ad atterrare in territorio nemico. Quelli di Ferrarin, Masprone e Contratti dovettero atterrare subito. Altre grandi imprese di D'Annunzio furono la "Beffa di Buccari" e la "Presa di Fiume".

 

 

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Cap. 9 – Conclusioni.

 

Oggi la maggior parte degli italiani non ha coscienza della propria identità nazionale. Forse questa raccolta di notizie storiche può contribuire alla ricostruzione di tale consapevolezza e del senso di appartenenza ad una nazione che, nel bene e nel male, ha oltre due millenni di storia ed ha avuto un ruolo di importanza fondamentale nella storia del mondo.

Ovviamente questo non significa che in Italia vi siano state solo cose belle: i difetti e gli aspetti negativi dell’Italia e degli italiani sono stati esposti con chiarezza. E’ inutile negare che oggi esistono nazioni più civili dell'Italia: più civili perché (ad esempio) i loro abitanti hanno più rispetto per il prossimo, hanno fiducia nelle loro istituzioni e non buttano immondizia o carte per terra mentre camminano per strada (quest’ultimo può sembrare un punto banale e insignificante e banale ma in realtà è rivela il senso civico delle persone).

Detto questo, non vedo perché oggi si debba negare o dimenticare che l'Italia è una delle nazioni con maggiore personalità al mondo e possiede caratteristiche specifiche (alcune nel bene, altre nel male) che la distinguono dalle altre.

 

Oggi molti dicono che l'Italia è una nazione “falsa”, “forzata”, "inventata nel 1861”. Eppure il gran numero di fatti storici che abbiamo riportato dimostra che l'Italia viene nominata e riconosciuta da almeno 25 secoli e che può essere considerata una nazione da 21 o 22 secoli (cioè dal I o dal II secolo a.C.), per cui è una delle pochissime nazioni al mondo che affonda le sue radici nell'antichità (invece che nel Medio Evo).

Alcuni però rifiutano quest’ultima osservazione ed affermano che il concetto di nazione non esisteva ancora nell’antichità e nemmeno nel Medio Evo ma è nato intorno al 1800-1850. Ma se questo fosse vero... l’accusa all’Italia di non essere stata una nazione prima del Risorgimento decadrebbe automaticamente, poiché il concetto stesso di nazione non esisteva!

In realtà la parola “nazione” veniva già usata ben prima del 1800: si riveda la lettera scritta nel 1592 da Campanella a Galileo (punto 20); Vico nel 1725 scrisse "Principi d'una scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni"; Carli nel 1765 parlava di "gloria nazionale" (punto 186). Fuori d'Italia, nel 1776 l’economista Adam Smith scriveva "La ricchezza delle nazioni" ("The wealth of nations”) ed il filosofo Johann Gottlieb Fichte nel 1807 pronunziò i suoi "Discorsi alla nazione tedesca" (ben prima che questa si unisse politicamente, v. punto 148).

Oggi si sente anche dire che la lingua italiana ha iniziato a diffondersi solo nel 1954, grazie alla televisione! Prima del 1954 l’italiano era prevalentemente una lingua scritta e solo da allora è diventata una lingua parlata. Ma queste sono affermazioni superficiali che si basano su un equivoco evidente: l’analfabetismo e l’ignoranza erano molto diffusi e perciò mancava una diffusione capillare della lingua italiana anche a livello delle classi popolari (che comunque parlavano lingue locali affini all’italiano, cioè i dialetti).

Questo è un problema sociale che è sempre stato riconosciuto (per esempio da Leopardi, punto 189). Ma dire che la lingua italiana non veniva parlata prima del 1954 è del tutto ingiustificato e risulta una sciocchezza. Se corrispondesse a verità, allora i discorsi di Mussolini degli anni '20 e '30 in che lingua erano? In norvegese?! E i film degli anni '30? In giapponese? E se erano in italiano e nessuno lo conosceva, perché la gente andava al cinema?

Talvolta mi è capitato di sentire delle registrazioni storiche dell'inizio del secolo scorso: per esempio un breve discorso del musicista Puccini a New York nel 1907, e un altro del generale Cadorna nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale. Ebbene... parlavano chiaramente italiano e la gente li stava pure ad ascoltare.

 

Vediamo allora qual è la verità documentata. L'italiano standard rimase una lingua prevalentemente scritta dal 1300 fin oltre il 1500: la comunicazione orale avveniva quasi sempre in dialetto, oppure in latino, che veniva usato in ambito culturale e scientifico. Nel 1500 l'italiano si afferma decisamente e inizia a sostituire il latino anche a livello accademico: ad esempio Giordano Bruno scrisse già diverse opere in italiano, oltre che in latino (v. punto 49). Intorno al 1600 Galileo scrisse in italiano le opere che fondarono la scienza moderna. Nel 1700 l'italiano era parlato in quasi tutte le famiglie nobili e borghesi della penisola. Nel 1861, all’unità d’Italia, gli analfabeti costituivano il 78% della popolazione, quindi il restante 22% sapeva leggere e scrivere, da cui si deduce che questo 22% conosceva e usava la lingua italiana. Nel ventesimo secolo la scuola pubblica ha contribuito all’alfabetizzazione di tutti gli italiani, cosicché la percentuale di analfabeti si è ridotta fino a livelli trascurabili. Ovviamente la radio e la televisione hanno contribuito molto alla diffusione dell'italiano standard tra le classi popolari, ma questo non toglie che la lingua italiana esisteva e veniva parlata già da secoli.

 

Obiezione: In realtà la lingua italiana era conosciuta e usata solo da una ristretta elite di intellettuali: infatti il 78% della popolazione che nel 1861 non conosceva l’italiano costituiva una maggioranza schiacciante! Questo significa che milioni di persone di regioni diverse si esprimevano in dialetti diversi. Solo il 22% della popolazione era alfabetizzato, cioè sapeva leggere e scrivere, ed ovviamente questo 22% comprendeva anche persone di cultura limitata e con scarsa padronanza della lingua italiana. Perciò il concetto di “italianità” poteva essere valido forse per il 10% della popolazione, cioè per una piccola minoranza.

 

Risposta: Non capisco quale sia lo scopo dell’obiezione e mi sembra che stiamo dicendo la stessa cosa. L'analfabetismo e l'ignoranza in Italia erano molto diffusi, e con questo? L'esistenza di tali problemi era ben nota e riconosciuta, ma non vedo come questo possa alterare o negare l'esistenza della nazionalità italiana, che era sentita da secoli dalle classi che avevano la fortuna di avere una certa cultura e di vivere ad un livello più ampio di quello municipale o regionale.

In parole povere, chi era colto era sicuramente italiano. E quelli che erano analfabeti o ignoranti? Erano come persone dentro una stanza buia: non potevano sapere nemmeno se si trovavano dentro una stanza o una caverna o che cosa, e tantomeno conoscerne i confini. Ma coloro che potevano accendere un fiammifero e fare un po’ di luce, riconoscevano che la stanza era l’Italia e vedevano chiaramente i suoi confini (i Mille di Garibaldi erano tutti di livello sociale medio-alto e per questo erano colti e consapevoli di che cosa fosse l’Italia).

Non si può dire però che le persone ignoranti fossero di un'altra nazionalità: al limite possiamo dire che non avevano alcuna nazionalità, poiché erano costrette a vivere a livelli socio-economici e culturali così bassi e limitanti da trovarsi al di sotto di questo concetto (e anche del concetto di lingua, intesa come idioma scritto di una certa ricchezza e completezza).  Purtroppo è vero che l’ignoranza affliggeva le classi popolari e le ostacolava a tutti i livelli, ma mi sembra una considerazione fuori tema, poiché non riguarda la questione della nazionalità bensì un problema di natura sociale. Forse il rimanere sotto gli Austriaci o i Borboni lo avrebbe risolto?

Nei capitoli precedenti avevamo ammesso ed esposto con chiarezza diversi problemi e difetti dell’Italia preunitaria: dalla politica corrotta già denunciata da Dante (punto 183) all'ignoranza delle classi popolari evidenziata da Leopardi (189); dallo stato di abbandono e di povertà generalizzata (133) allo scarso senso civico (187 e 188); dalla scarsa autostima e reciproca diffidenza degli italiani (186) al profondo problema del brigantaggio (138). Non a caso Leopardi chiedeva all’Italia: "Come cadesti o quando... in così basso loco?" (193). Perfino l'inno di Mameli ammette: "Calpesti, derisi... perché siam divisi" (195). Ma questo non cambia i termini della questione. Anzi, l’ignoranza diffusa può perfino spiegare il fallimento di alcune infelici azioni risorgimentali che non trovarono l'appoggio popolare, come la spedizione di Pisacane a Sapri o la scarsa attenzione dei romagnoli al proclama di Murat (v. punti 140-142). Questi avvenimenti devono essere considerati per il loro effettivo valore e non sopravvalutati. Si tratta di episodi che nel quadro generale sono fisiologicamente inevitabili.

 

Tuttavia alcune persone, anche dopo le suddette precisazioni, continuano ugualmente a ripetere il solito concetto: le vere “nazionalità” sono quelle regionali, punto e basta. In parole povere, i nostri avi non erano italiani, ma erano semplicemente milanesi, romani, napoletani, veneti, siciliani, eccetera. Ebbene, voglio dare due ultime risposte:

1) Ammettiamo che i nostri avi fossero milanesi o romani o napoletani (invece che italiani). Ebbene, questo non cambia e non risolve il loro problema di fondo, e cioè che erano analfabeti! Per giunta il dialetto milanese o napoletano non avevano una forma compiuta ed univoca, per cui queste “nazionalità regionali” potevano solo contribuire all’analfabetismo, piuttosto che eliminarlo. Non vedo quindi l’utilità e il senso di questi riferimenti alle “nazionalità regionali”.

2) Dobbiamo ricordare che il 78% non è il 100%: perciò vi erano anche persone fortunate, dotate di cultura, che l’italiano lo conoscevano. Il fatto che questi fortunati fossero pochi, cioè il 22% o anche solo il 10%, non cambia nulla, visto che gli altri non conoscevano alcuna lingua. I pochi colti comunque erano pur sempre concittadini della maggioranza analfabeta e pertanto fungevano da elementi “leganti” che in qualche modo unificava l’intera popolazione italiana. Facciamo un esempio concreto: prendiamo ad esempio un Manzoni a Milano o un Puoti a Napoli. Senza dubbio Manzoni era concittadino di tanti milanesi analfabeti, e Puoti era concittadino di tanti napoletani analfabeti. Tuttavia Manzoni e Puoti parlavano e scrivevano in italiano e si consideravano di nazionalità italiana. Mi sembra che questo rappresenti un incontestabile elemento unificante e smonti l'obiezione di partenza.

 

Com’è noto, Massimo D'Azeglio dichiarò: "L'Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani".

Il significato di questa affermazione è evidente e si ricollega con quanto detto finora: secondo D’Azeglio bisognava portare a tutti gli italiani, di ogni classe sociale, la consapevolezza e la conoscenza che i più fortunati avevano già da secoli. Mi sembra chiaro che D’Azeglio intendesse dire questo, e non vedo come si possa fraintenderlo. Eppure, secondo alcuni, D’Azeglio intendeva dire che gli italiani non esistevano affatto! La dichiarazione di D’Azeglio così viene fraintesa e spacciata come dimostrazione del fatto che non esisteva una “popolazione italiana” e che si doveva crearla artificialmente: in breve, l’Italia non era una nazione ma solo un concetto inventato, una forzatura. Ma questa interpretazione non regge ed è smentita dagli innumerevoli fatti storici riportati nei capitoli precedenti.

Nel corso dei secoli innumerevoli personaggi riconobbero l’esistenza dell’Italia e degli italiani. Citiamo solo i più famosi, andando a ritroso nel tempo a partire dal 1840 circa (cioè ben prima dell’unità d’Italia) ed escludendo i casi “dubbi” (per esempio è naturale supporre che Galileo, Michelangelo o Leonardo sapessero di essere italiani, ma non lo dissero esplicitamente). Manzoni, Liszt, Mendelssohn-Bartholdy, Schopenhauer, Emerson, Stendhal, Leopardi, Rossini, Hegel, Murat, Napoleone, Mozart, Foscolo, Alfieri, Goethe, Goldoni, Montesquieu, Vico, Campanella, Guicciardini, Carlo V, Fieramosca, Machiavelli, Boiardo, Sannazzaro, Boccaccio, Petrarca, Dante, Federico II di Svevia, Federico Barbarossa, Cimabue, Ottone II di Sassonia, Ottone I, Carlo Magno, Giustiniano, Teodorico, Odoacre, Diocleziano, Plinio il Giovane, Plinio il Vecchio, Cesare Ottaviano Augusto, Strabone, Virgilio, Cicerone, Giulio Cesare, Silla, Catone il Censore, Pitagora... E’ possibile che tutti questi personaggi si siano sbagliati? Tutti quanti?! Se costoro erano dei cretini, allora D'Azeglio doveva essere perfino schizofrenico, poiché da una parte credeva che gli italiani non esistessero ancora (cioè si dovessero "fare"), ma dall'altra scriveva (e dipingeva) la Disfida di Barletta (v. punto 124), descrivendo la specifica nazionalità italiana di Ettore Fieramosca da Capua e di Fanfulla da Lodi e distinguendola da quella dei cavalieri francesi e spagnoli. In realtà D'Azeglio era capace di distinguere un italiano perfino da uno spagnolo, perciò come poteva credere che gli italiani non esistessero?

 

In realtà chi vuole negare che l’Italia abbia una solida tradizione bimillenaria, può aggrapparsi a ben pochi appigli, talmente pochi che possiamo riassumerli rapidamente: anzitutto la solita frase di Metternich, “L’Italia è un’espressione geografica” (punto 143); poi il fraintendimento della famosa frase di D'Azeglio, "L'Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani"; il fallimento di Murat, di Pisacane ed altri episodi infelici del Risorgimento (che si spiegano facilmente con l’ignoranza delle classi popolari); il brigantaggio in alcune zone del Sud come presunta reazione all’unità d’Italia (ma questo fenomeno esisteva già un secolo prima); e la convinzione che i Mille di Garibaldi fossero tutti settentrionali (che non corrisponde a verità, v. punto 146). In breve, si tratta di pochi fatti, alcuni falsi ed altri inessenziali e contingenti, che risultano insignificanti se collocati nel quadro generale degli avvenimenti.

 

In definitiva, questo genere di argomentazioni non potrà mai mettere seriamente in dubbio la consistenza dell’antica tradizione d’Italia, che è confermata da una mole impressionante di fatti storici. Coloro che insistono a negare questo, mettono in bella mostra solo la loro ignoranza o la loro ottusità. Gian Rinaldo Carli (v. punto 186) ben li descrisse già nel 1765, definendoli: "quelli a' quali manca la facoltà di penetrare al di là del confine delle apparenze".


06.02.2009
by Giacomo

http://italia.onwww.net/italia/testocompleto.htm#


Cap. 8 – Espansione degli argomenti riassunti nel cap. 5

e piccola antologia letteraria relativa al nome Italia.

 

 

181 - Eneide, 22 a.C. circa, di Publio Virgilio Marone (Mantova 70 a.C. – Napoli 19 a.C.).

Traduzione dal latino all'italiano di Annibal Caro (Civitanova Marche 1507 - Roma 1566).

L'Italia viene nominata innumerevoli volte nel poema, fin dai primi versi del primo libro. Nel libro III l'Italia viene descritta come meta di Enea: "Una parte d'Europa... Italia è detta. Questa è la terra destinata a noi." Secondo la leggenda, i Romani discesero appunto dalla stirpe di Anchise ed Enea. Ecco un breve estratto dalla parte finale del libro terzo, quando Enea e i suoi  uomini vedono la Calabria dalle loro navi ("legni"): per loro è la prima visione  dell'Italia (poco dopo apparirà alla loro vista anche la Sicilia, dominata dall'Etna).

 

Avea l'Aurora già vermiglia e rancia

scolorite le stelle, allor che lunge

scoprimmo, e non ben chiari, i monti in prima,

poscia i liti d'Italia. - Italia! - Acate

gridò primieramente. - Italia! Italia! - da

ciascun legno ritornando allegri

tutti la salutammo. Allora Anchise

con una inghirlandata e piena tazza

in su la poppa alteramente assiso:

"O del pelago - disse - e de la terra,

e de le tempeste numi possenti,

spirate aure seconde, e vèr l'Ausonia

de' nostri legni agevolate il corso".

 

 

182 - Naturalis Historia, scritta nel 77 d.C. da Plinio il Vecchio (Como 23 d.C. – Pompei, presso Napoli 79 d.C.). Plinio fu vittima della famosa eruzione del Vesuvio.

Nel libro III Plinio descrive l'Italia e le sue regioni. In particolare nel verso 38 afferma:

"Dalla Liguria, attraverso l'Etruria, l'Umbria, il Lazio, dove c'è Roma, capitale di tutte queste terre, e quindi la Campania, la Lucania e il Bruzzio (l'odierna Calabria), l'Italia scorre lungamente dalle Alpi verso Sud, immergendosi nei mari".

Nel verso 138 (quasi alla fine del libro) Plinio conclude:

"Questa è l'Italia sacra agli dei" ("Haec est Italia diis sacra").

 

 

183 - Dante Alighieri (Firenze 1265 – Ravenna 1321) esprime la necessità di una guida illuminata per l'Italia già nel 1294 nel "Convivio", scritta in volgare parecchi anni prima della Divina Commedia: "Lo quale cavallo come vada sanza lo cavalcatore per lo campo assai è manifesto, e spezialmente ne la misera Italia, che sanza mezzo alcuno a la sua governazione è rimasa!" (Convivio IV, IX, 10).

Dante ribadisce ed ampia questo concetto nella Divina Commedia (scritta tra il 1304 e il 1320), specialmente nel sesto Canto del Purgatorio. L'Italia per la verità è nominata molte volte fin dal primo Canto dell'Inferno (I, 106). Anche i suoi confini sono ricordati nella Divina Commedia  (Inferno, IX, 114), dopo che erano stati ampiamente e chiaramente indicati nel De Vulgari Eloquentia (punto 157).

Vediamo il lamento di Dante sull'Italia nel Canto sesto del Purgatorio, che riprende (e capovolge) la storica definizione di Giustiniano (v. punto 109): “L’Italia non è una provincia ma la Signora delle province” (dal latino “Domina” = Signora o Donna).

 

(76) Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

...

(82) e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode

di quei ch'un muro e una fossa serra.

...

(88) Che val perché ti racconciasse il freno

Iustinïano, se la sella è vota?

...

(91) Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi ciò che Dio ti nota.

...

(112) Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

«Cesare mio, perché non m'accompagne?»

 

L'incontenibile invettiva di Dante giunge quasi a sfiorare la bestemmia quando chiama in causa perfino Gesù (qui chiamato Giove):

 

(118) E se licito m'è, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

...

(124) Ché le città d'Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogne villan che parteggiando viene.

 

L'affermazione è chiaramente sarcastica: Claudio Marcello fu un comandante ed eroe Romano, celebrato anche da Virgilio, ma nell'Italia dell'epoca diventavano capi non coloro che lo meritavano, come Marcello e Cesare nell'antica Roma, bensì quei "villani" che usavano metodi corrotti ("parteggiando"). Il sarcasmo di Dante diventa poi graffiante quando cita la sua città, Firenze:

 

(127) Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca.

...

(136) Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace, e tu con senno!

...

(142) ... che fai tanto sottili

provedimenti, ch'a mezzo novembre

non giugne quel che tu d'ottobre fili.

 

 

 

184 - Francesco Petrarca (Arezzo 1304 – Arquà, Veneto, 1374), nel sonetto

“O d'ardente vertute ornata e calda” (CXLVI del Canzoniere, anno 1340 circa), scrive:

«Il bel paese ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe».

Ovvero: l'Italia è il bel Paese che gli Appennini ripartiscono e che le Alpi e il mare circondano.

 

Inoltre Petrarca dedica un lungo canto all'Italia nella poesia CXXVIII del Canzoniere:

“Italia mia” o “All’Italia” (1343).

 

Italia mia, benché 'l parlar sia indarno

a le piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,

piacemi almen che' miei sospir' sian quali

spera 'l Tevero et l'Arno,

e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio.

Rettor del cielo, io cheggio

che la pietà che Ti condusse in terra

Ti volga al Tuo dilecto almo paese.

...

Ben provide Natura al nostro stato,

quando de l'Alpi schermo

pose fra noi et la tedesca rabbia;

...

Io parlo per ver dire,

non per odio d'altrui, né per disprezzo.

...

Non è questo 'l terren ch'i' tocchai pria?

Non è questo il mio nido

ove nudrito fui sí dolcemente?

Non è questa la patria in ch'io mi fido,

madre benigna et pia,

che copre l'un et l'altro mio parente?

...

L'antiquo valore

ne l'italici cor' non è anchor morto.

...

Canzone, io t'ammonisco

che tua ragion cortesemente dica.

...

Di' lor: - Chi m'assicura?

I' vo gridando: Pace, pace, pace. –

 

Ecco inoltre una breve prosa di Petrarca, scritta nel 1353 guardando l’Italia dall’alto del Monginevro, nelle Alpi Cozie. In queste righe egli dimentica la triste situazione in cui si trova il “Bel Paese” e ne celebra solo la grandezza:

 

O nostra Italia!

Ti saluto, terra cara a Dio; o santissima terra, sicura ai buoni e tremenda ai superbi, più nobile, più fertile e più bella di tutte le regioni, cinta da due mari altera di monti famosi, onoranda a un tempo in leggi e in armi, stanza delle muse, ricca d'uomini e d'oro, ti saluto! L'arte e la natura insieme su te versarono in copia [abbondanza] i loro favori e ti fecero maestra del mondo. [...] Riconosco la patria e la saluto contento. Salve, o bella madre; o gloria del mondo, salve!

 

 

185 - Galeazzo di Tarsia (Napoli 1520 - 1553) intorno al 1540 scrisse questo sonetto:

 

“Già corsi l'Alpi” o “All'Italia”.

 

Già corsi l'Alpi gelide e canute,

Mal fida siepe a le tue rive amate;

Or sento, Italia mia, l'aure odorate,

E l'aer pien di vita e di salute.

Quante m'ha dato Amor, lasso!, ferute,

Membrando la fatal vostra beltate,

Chiuse valli, alti poggi ed ombre grate,

Da' ciechi figli tuoi mal conosciute!

Oh felice colui che un breve e colto

Terren tra voi possiede, e gode un rivo,

Un pomo, un antro e di fortuna un volto! [...]

 

 

186 - L’articolo “La patria degli italiani” fu pubblicato anonimo nel 1765 nella rivista "Il Caffé", diretta dal filosofo illuminista ed economista Pietro Verri, ma è attribuito a Gian Rinaldo Carli (Capodistria 1720 - Milano 1720). L'episodio si svolge in un caffè di Milano.

 [...] In questa bottega s'introdusse ier l'altro un Incognito; [...] e fatti i dovuti offizi di decente civiltà, si pose a sedere chiedendo il caffè. V'era sfortunatamente vicino a lui un giovine Alcibiade [...]. Vano, decidente e ciarliere a tutta prova. Guarda egli con un certo sorriso di superiorità l'Incognito; indi gli chiede s'era egli forestiere. Questi [...] con una certa aria di composta disinvoltura risponde: "No Signore". "E' dunque Milanese?" riprese quegli. "No Signore, non sono Milanese", soggiunse questi. A tale risposta atto di maraviglia fa l'interrogante; e ben con ragione, perché tutti noi colpiti fummo dall'introduzione di questo dialogo [...].

"Sono Italiano", risponde l'Incognito, "e un Italiano in Italia non è mai forestiere come un Francese non è forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in Olanda, e così discorrendo". Si sforzò in vano il Milanese di addurre in suo favore l'universale costume d'Italia di chiamare col nome di forestiere chi non è nato e non vive dentro il recinto d'una muraglia; perché l'Incognito interrompendolo con franchezza soggiunse: "Fra i pregiudizi dell'opinione v'è in Italia anche questo; [...] che gli rende inospitali e inimici di lor medesimi, e d'onde per conseguenza ne derivano l'arenamento delle arti, e delle scienze, e impedimenti fortissimi alla gloria nazionale, la quale mal si dilata quando in tante fazioni, o scismi viene divisa la nazione [...]. Da questa rivalità, che dai Guelfi e Ghibellini sino a noi fatalmente discese, ne viene la disunione, e dalla disunione il reciproco disprezzo. Chi è quell'Italiano, che abbia coraggio di apertamente lodare una manifattura, un ritrovato, una scoperta, un libro d'Italia, senza il timore di sentirsi tacciato di cieca parzialità, e di gusto depravato e guasto?".

A tale interrogazione un altro caffettante, a cui fe' eco Alcibiade, esclamò che la natura degli uomini era tale di non tenere mai in gran pregio le cose proprie. "Se tale è la natura degli uomini" riprese l'Incognito, "noi altri Italiani siamo il doppio almeno più uomini degli altri, perché nessun oltremontano ha per la propria nazione l'indifferenza che noi abbiamo per la nostra" [...].

Io risposi: "Appare Newton nell'Inghilterra, e lui vivente l'isola è popolata da' suoi discepoli, da' astronomi, da' ottici, e da' calcolatori, e la nazione difende la gloria del suo immortale maestro contro gli emoli suoi. Nasce nella Francia Des Cartes [Cartesio] e dopo sua morte i Francesi pongono in opera ogni sforzo per sostenere le ingegnose e crollanti sue dottrine. Il Cielo fa dono all'Italia del suo Galileo, e Galileo ha ricevuti più elogi forse dagli estranei a quest'ora, che dagli Italiani".

Fattasi allora comune, in cinque ch'eravamo al caffè, la conversazione, e riconosciuto l'Incognito per uomo colto, di buon senso, e buon patriota, da tutti in vari modi si declamò contro la infelicità a cui da un pregiudizio troppo irragionevole siam condannati di credere che un Italiano non sia concittadino degli altri Italiani, e che l'esser nato in uno piuttosto che in altro di quello spazio "che Appennin parte, il Mar circonda e l'Alpe" [Petrarca, punto 184] confluisca più o meno all'essenza, o alla condizione della persona. Fu allora che rallegratosi un poco l'Incognito cominciò a ragionare in tal guisa: "Dacché convinti i Romani [...] si determinarono per la salvezza della repubblica ad interessare tutta Italia nella loro conservazione, passo passo tutti gl'Italiani ammisero all'amministrazione della repubblica: dal Varo all'Arsa [v. punto 99] tutti i popoli divennero in un momento Romani. "Ora tutti sono Romani", parlando degli Italiani, dice Strabone [v. punto 100]. Tutti adunque partecipi degli onori di Roma [...]. Se le nazioni dovessero gareggiar fra di esse per la nobiltà, noi Italiani certamente non la cediamo a nessun'altra nazione d'Europa; [...] l'Italia “rerum domina” si chiamava, come prima dicevasi la sola Roma" [“rerum domina” = Signora di tutte cose, v. punti 100 e 109].

"In cotesti tempi crediamo noi che [...] un Italiano fosse forestiero in Italia? No certamente; se persino la suprema di tutte le dignità, cioè il consolato, comune sino agli ultimi confini d'Italia si rese. Siamo stati dunque tutti simili in origine; che origine di nazione io chiamo quel momento in cui l'interesse e l'onore la unisce e lega in un corpo solo e in un solo sistema. Vennero i barbari, approfittando della nostra debolezza, ad imporci il giogo di servitù, non rimanendo se non che in Roma un geroglifico della pubblica libertà nella esistenza del Senato romano. Sotto a' Goti pertanto siamo tutti caduti nelle medesime circostanze e alla medesima condizione ridotti. Le guerre insorte fra Goti e Greci [i “Greci” sarebbero i Bizantini, v. punto 108], la totale sconfitta di quelli e la sopravenienza` de' Longobardi han fatto che l'Italia in due porzioni rimanesse divisa. La Romagna, il Regno di Napoli e l'Istria sotto i Greci; e tutto il rimanente sotto de' Longobardi [v. punti 110 e 111]. Una tal divisione non alterò la condizione degl'Italiani, se non in quanto che quelli, che sotto a Greci eran rimasti, seguirono a partecipare degli onori dell'Impero trasferito in Costantinopoli, memorie certe ne' documenti essendosi conservate di Romagna, d'Istria e di Napoli [...]. Ma rinnovato l'Impero in Carlo Magno, eccoci di nuovo riuniti tutti in un sistema uniforme. Questo fu lo stato d'Italia per lo spazio di undici secoli [v. punto 112; evidentemente intende dal I secolo a.C. fino all'anno 1000 d.C. circa]; e questo non basta a persuader gl'Italiani d'esser tutti simili fra di loro, e d'esser tutti Italiani" [...].

Ora ciò posto, qual differenza ritrovar si può mai fra Italiano e Italiano, se uguale è l'origine, se uguale il genio, se ugualissima la condizione? E se non v'è differenza, per qual ragione in Italia tale indolenza, per non dire alienazione, regnar deve fra noi da vilipenderci scambievolmente, e di credere straniero il bene della nazione? [...] Non per questo si dirà mai che un Italiano sia qualche cosa di più o di meno d'un Italiano, se non da quelli a' quali manca la facoltà di penetrare al di là del confine delle apparenze e che pregiano una pancia dorata e inargentata più che un capo ripieno di buoni sensi ed utilmente ragionatore. Alziamoci pertanto un poco e risvegliamoci alla fine per nostro bene”.

“Il Creatore del tutto nel sistema planetario pare che ci abbia voluto dare un'idea del sistema politico. Nel fuoco dell'elissi sta il Sole. Pianeti, o globi opachi, che ricevono il lume da lui, vi si aggirano intorno [...]. Alcuni di questi globi intorno di sé hanno de' globi più piccoli, che con le medesime leggi si muovono [i satelliti]. Alcuni altri sono soli e isolati. Trasportiamo questo sistema alla nostra nazionale politica. Grandi, o picciole sieno le città, sieno esse in uno, o in altro spazio situate, abbiano esse particolari leggi nelle rivoluzioni sopra i propri assi, siano fedeli al loro natural sovrano ed alle leggi, abbiano più o meno di corpi subalterni: ma benché divise in domìni diversi, e ubbidienti a diversi sovrani, formino una volta per i progressi delle scienze e delle arti un solo sistema; e l'amore di patriotismo, vale a dire del bene universale della nostra nazione, sia il Sole che le illumini e che le attragga. Amiamo il bene dovunque si ritrovi; promoviamolo ed animiamolo ovunque rimane sopito o languente; e lungi dal guardare con l'occhio dell'orgoglio e del disprezzo chiunque che per mezzo delle arti, o delle scienze tenta di rischiarare le tenebre [...], sia nostro principale proposito d'incoraggiarlo e premiarlo. Divenghiamo pertanto tutti di nuovo Italiani, per non cessar d'esser uomini" .

Detto questo s'alzò improvvisamente l'Incognito, ci salutò graziosamente e partì, lasciando in tutti un ardente desiderio di trattare più a lungo con lui e di godere della verità dei di lui sentimenti.

 

 

187 - Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte 1749 - Weimar 1832) nel 1788 scrive "Viaggio in Italia". Durante il secondo viaggio egli scrisse (ovviamente in tedesco) la seguente poesia, diventata celebre come espressione della nostalgia ("Sehnsucht") di molti artisti verso l'Italia:

 

Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?

Nel verde fogliame splendono arance d'oro

Un vento lieve spira dal cielo azzurro

Tranquillo è il mirto, sereno l'alloro

Lo conosci tu bene?

Goethe però fu anche colpito negativamente dal disordine e dallo scarso senso civico che trovò in Italia (ormai nel pieno della sua decadenza, dopo il Rinascimento, e ben prima del Risorgimento), cosicché durante il suo secondo viaggio in Italia scrisse:

 

L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade,

ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.

Onestà tedesca ovunque cercherai invano,

c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina;

ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida,

e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.

 

Questo contribuirà alla nascita e alla crescita di vari pregiudizi sull'Italia e sugli italiani (non tutti infondati, dobbiamo ammettere), quelli che un secolo più tardi De Amicis rifiuterà nel libro Cuore nel suo racconto sul “patriota padovano” (v. punto 199).

 

 

188 - L'Italia a partire dal 17° secolo dava di sé un'idea paradossale: a fianco della sua immagine classica di civiltà e faro mondiale di arte e cultura, si formava un'immagine esattamente contraria, di decadenza, povertà, abbandono, incuria, scarso senso civico e perfino di corruzione e delinquenza. Questo fu detto non solo da Goethe, ma anche da Samuel Sharp (“Letters from Italy”, 1765), da Pierre-Jean Grosley (“Nouveaux mémoires ou observations sur l'Italie et les Italiens », 1764) e riconosciuto anche da autori italiani: Carlo Goldoni nella commedia “La vedova scaltra” (1748) confronta ironicamente il comportamento di un italiano, un francese, un inglese e uno spagnolo, anticipando così le ben note barzellette attuali. Alessandro Verri scriveva al fratello Pietro nel 1768, parlando così del loro comune amico Alfonso Longo: "Non è cattivo, ma è italiano". Sempre nel 1768 Giuseppe Baretti scriveva in inglese il saggio: “An Account of the manners and customs of Italy”.

 

 189 - Un ritratto obiettivo e lucidissimo della situazione dell'Italia all'inizi dell'800 fu compilato da Giacomo Leopardi nel suo saggio "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani" (1824) di cui riportiamo un brevissimo stralcio, che si ricollega col punto 188:

"L'Italia è, quanto alle opinioni, a livello cogli altri popoli, eccetto una maggior confusione nelle idee, ed una minor diffusione di cognizioni nelle classi popolari".

Di Leopardi parleremo ampiamente più avanti (punti 192 e 193).

 

190 - Stendhal, pseudonimo di Henry Beyle, scrittore francese (Grenoble 1783 - Parigi 1842), nel 1800 giunge a Milano (a soli 17 anni) al seguito delle armate napoleoniche e si innamora di Milano prima (dove poi si stabilì per 7 anni, dal 1814 al 1821) e poi di tutta l'Italia. Già prima di giungere in Italia era innamorato delle musiche di Domenico Cimarosa e di Gioacchino Rossini. Tra le sue opere ricordiamo:

- La storia della pittura in Italia (1817)

- Roma, Napoli e Firenze (1817)

- I briganti in Italia (1827)

- Piccola guida per il viaggio in Italia (1828)

- Passeggiate Romane (1829)

- La Certosa di Parma (1839).

Ovviamente, essendo francese, egli scriveva nella sua lingua, ma sulla sua tomba (a Parigi) vi è scritto: "Henry Beyle milanese". Oggi si usa dire "Sindrome di Stendhal" per definire lo sconvolgimento provocato al turista dall'eccessiva bellezza dei luoghi visitati e delle opere d'arte ammirate, effetto provocatogli dalle sue visite in diverse città d'Italia. In particolare, secondo il racconto dello stesso autore, Stendhal fu colto da malore nella Chiesa di Santa Croce da Firenze, rischiando il ricovero.

 

 

 

191 - Vincenzo Monti (Alfonsine, Ravenna, 1754 – Milano 1828) nel 1801 scrive la poesia:

 

“Per la liberazione d'Italia”.

 

Bella Italia, amate sponde

pur vi torno a riveder!

Trema in petto e si confonde

l'alma oppressa dal piacer.

[...]

Il giardino di natura,

no, pei barbari non è.

Bonaparte al tuo periglio

dal mar libico volò;

vide il pianto del tuo ciglio,

e il suo fulmine impugnò.

[...]

Ve' sull'Alpi doloroso

della patria il santo amor,

alle membra dar riposo

che fur velo al tuo gran cor.

 

 

192 – Il grande poeta Giacomo Leopardi (Recanati, Marche, 1798 – Napoli 1837)  scrisse varie opere sull'Italia e sugli italiani. Abbiamo già riportato un passo sopra (punto 9). Ora vediamo altri suoi scritti. Uno poco conosciuto è “Orazione agli Italiani” del 1815. Altri sono i seguenti:

 

“Prime confessioni” (dall'Epistolario).

 

Recanati, 21 Marzo 1817.

[...] Mia patria è l'Italia; per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto Italiano, perché alla fine la nostra letteratura, sia pure poco coltivata, è la sola figlia legittima delle due sole vere tra le antiche [si riferisce alla letteratura greca e latina].

 

“Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica” (1818).

 

[...] Essendomi sforzato sin qui di costringere i moti dell'animo mio, non posso più reprimerli, né tenermi ch'io non mi rivolga a voi, Giovani Italiani, e vi preghi per la vita e le speranze vostre che vi moviate a compassione di questa nostra patria, la quale caduta in tanta calamità quanta appena si legge di verun'altra nazione del mondo, non può sperare né, vuole invocare aiuto nessuno altro che il vostro. Io muoio di vergogna e dolore e indignazione pensando ch'ella sventuratissima non ottiene dai presenti una goccia di sudore. [...] Soccorrete, o Giovani Italiani, alla patria vostra, date mano a questa afflitta e giacente, che ha sciagure molto più che non bisogna per muovere a pietà, non che i figli, i nemici. Fu padrona del mondo, e formidabile in terra e in mare, e giudice dei popoli, e arbitra delle guerre e delle paci, magnifica, ricca lodata, riverita, adorata [...]. Tutto è caduto: inferma, spossata, combattuta, pesta, lacera e alla fine vinta e doma la patria nostra, perduta la signoria del mondo e la signoria di se stessa, [...] non serba altro che l'imperio delle lettere e arti belle, per le quali come fu grande nella prosperità, non altrimenti è grande e regina nella miseria. [...] Io vi prego e supplico, o Giovani Italiani, io m'atterro dinanzi a voi; per la memoria e la fama unica ed eterna del passato, e la vista lagrimevole del presente, impedite questo acerbo fatto, sostenete l'ultima gloria della nostra infelicissima patria. [...]

 

 

 

 

193 - Riportiamo anche dei passaggi da due famose poesie di Giacomo Leopardi:

 

“All’Italia” (1818).

 

O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l'erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi

I nostri padri antichi.

...

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,

Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo

Siede in terra negletta e sconsolata,

Nascondendo la faccia

Tra le ginocchia, e piange.

Piangi, che ben hai donde, Italia mia.

...

Come cadesti o quando

Da tanta altezza in così basso loco?

Nessun pugna per te? non ti difende

Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo

Combatterò, procomberò sol io.

Dammi, o ciel, che sia foco

Agl'italici petti il sangue mio.

 

 

“Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze” (1818).

...

O Italia, a cor ti stia

Far ai passati onor; che d'altrettali

Oggi vedove son le tue contrade,

Né v'è chi d'onorar ti si convegna.

Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,

Quella schiera infinita d'immortali,

E piangi e di te stessa ti disdegna;

...

Qualunque petto amor d'Italia accende.

Amor d'Italia, o cari,

Amor di questa misera vi sproni.

...

O glorioso spirto,

Dimmi: d'Italia tua morto è l'amore?

Di': quella fiamma che t'accese, è spenta?

 

 

194 – Alessandro Manzoni (Milano 1785 - 1873), nel 1821 scrisse l’ode “Marzo 1821”.

...

Non fia loco ove sorgan barriere

Tra l'Italia e l'Italia, mai più!

...

Una gente che libera tutta

O fia serva tra l'Alpe ed il mare;

Una d'arme, di lingua, d'altare,

Di memorie, di sangue e di cor.

...

O stranieri, nel proprio retaggio

Torna Italia e il suo suolo riprende;

O stranieri, strappate le tende

Da una terra che madre non v'è.

Non vedete che tutta si scote,

Dal Cenisio alla balza di Scilla?

...

Chi v'ha detto che sterile, eterno

Saria il lutto dell'itale genti?

Chi v'ha detto che ai nostri lamenti

Saria sordo quel Dio che v'udì?

...

 

 

195 - L’Inno di Mameli, o "Fratelli d'Italia", o "Il Canto degli Italiani", fu scritto nel 1847 dal patriota Goffredo Mameli (Genova 1827 - Roma 1849), scomparso a soli 22 anni. L'inno fu musicato da Michele Novaro, anch'egli genovese. Già nel 1862 il grande musicista Giuseppe Verdi lo indicò come inno nazionale, ma lo diventò solo nel 1946. Per un breve periodo nel 1946 l’inno nazionale fu "La leggenda del Piave" (noto anche come "Il 24 Maggio", "La Canzone del Piave"  o "Il Piave mormorava"), di Giovanni Gaeta, noto con lo pseudonimo E.A. Mario. Dal 1861 al 1946 l'inno nazionale fu la "Marcia Reale", il cui testo nominava l'Italia pur essendo stato scritto già nel 1847 per il Re Piemontese.

Alcune curiosità: l'inno di Mameli è tuttora inno provvisorio della Repubblica italiana!

La versione originale non iniziava con "Fratelli d'Italia" bensì con "Evviva l'Italia".

 

Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta; Dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa.  Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma; Ché schiava di Roma Iddio la creò.Stringiamci  a coorte! Siam pronti alla morte; Italia chiamò.Noi siamo da secoli calpesti, derisi,Perché non siam popolo, perché siam divisi.Raccolgaci un'unica bandiera, una speme;Di fonderci insieme già l'ora suonò.Stringiamci  a coorte!  Siam pronti alla morte; Italia chiamò.Uniamoci, amiamoci; l'unione e l'amoreRivelano ai popoli le vie del Signore.  Giuriamo far libero il suolo natio:Uniti, per Dio, chi vincer ci può?Stringiamci  a coorte!  Siam pronti alla morte; Italia chiamò.Dall'Alpe a Sicilia, dovunque è Legnano [v. punto 118];Ogn'uom di Ferruccio ha il core e la mano [v. punti 58 e 135]; I bimbi d'Italia si chiaman Balilla [v. punto 135]; Il suon d'ogni squilla i vespri suonò [v. punto 135]....

 

 

 

 

 

 

 

196 - Giuseppe Mazzini (Genova 1805 – Pisa 1872) nel 1859 scrisse "La Patria" (da "I Pensieri")

 

La patria è la vostra vita collettiva, [...] che, quando errate su terre al di là dell'Oceano, v'annuvola l'occhio di lagrime se v'abbattete subitamente in una lapide sulla quale sia scritto un nome Italiano. La patria è prima d'ogni altra cosa la coscienza della patria. Però che il terreno sul quale movono i vostri passi e i confini che la natura pose fra la vostra e le terre altrui e la dolce favella che vi suona per entro, non sono che la forma visibile della patria; ma se l'anima della patria non palpita in quel santuario della vostra vita che ha nome coscienza, quella forma rimane simile a cadavere senza moto ed alito di creazione, e voi siete turba senza nome, non nazione, gente, non popolo...

La patria è la fede nella patria. Dio che creandola sorrise sovr'essa, le assegnò per confine le due più sublimi cose ch'ei ponesse in Europa, simboli dell'eterna forza e dell'eterno moto, l'Alpi e il mare. Dalla cerchia immensa dell'Alpi, simile alla colonna di vertebre che costituisce l'unità della forma umana, scende una catena mirabile di continue giogaie che si stende sin dove il mare la bagna e più oltre nella divelta Sicilia. E il mare la ricinge quasi d'abbraccio amoroso ovunque l'Alpi non la ricingono: quel mare che i padri dei padri chiamarono Mare Nostro. E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa in quel mare Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole dove natura di suolo e ossatura di monti e lingua e palpito d'anime parlan d'Italia.

 

 

197 - Ippolito Nievo (Padova 1831 – Palermo 1861), autore del celebre romanzo "Confessioni di un Italiano", fu patriota e combattente ma morì in un banale naufragio di una nave di linea partita da Palermo per Napoli. Leggiamo una sua poesia ironica che sorprende per la sua modernità e attualità, sebbene sia stata scritta nel 1858, tre anni prima dell'Unità d'Italia. Ad esempio il "Corso dei fondi" era equivalente agli attuali quotidiani "Il Sole 24 ore" o "Wall Street Journal" e riportava l'andamento dei mercati azionari e delle merci.

 

“Il turista a Venezia” (da "Le Lucciole", 1858).

 

Vien duro da Marsiglia

colla sua guida in tasca

ed in Piazzetta casca

illustre oltramontan.

Fiuta San Marco, sbircia

la scala dei giganti,

compra un paio di guanti,

si sdraia da Florian.

Carezza un po' la morbida

"Rivista de' due Mondi",

guarda il "Corso dei fondi",

paga il cigarro e il thè. [...]

 

 

198 - Il libro “Cuore”, scritto nel 1886 da Edmondo De Amicis (Oneglia, Liguria 1846 – Bordighera 1908) riscosse un successo enorme e fu per decenni un testo fondamentale per la formazione dei bambini, al pari di Pinocchio, rispetto al quale veniva considerato più maturo ed impegnato, almeno fino agli anni '50. Dagli anni '60 la situazione si è capovolta ed il libro è stato sottoposto a critiche e derisioni.

 

“Bella Italia, grande e gloriosa da molti secoli; unita e libera da pochi anni; che spargesti tanta luce d'intelletti divini sul mondo [...]. Amo i tuoi mari splendidi e le tue Alpi sublimi, amo i tuoi monumenti solenni e le tue memorie immortali; amo la tua gloria e la tua bellezza; t'amo e ti venero tutta come quella parte diletta di te, dove per la prima volta vidi il sole e intesi il tuo nome. V'amo tutte di un solo affetto e con pari gratitudine, Torino valorosa, Genova superba, dotta Bologna, Venezia incantevole, Milano possente; v'amo con egual reverenza di figlio, Firenze gentile e Palermo terribile. Napoli immensa e bella, Roma meravigliosa ed eterna”.

Nota: perché Palermo è definita "terribile"? Probabilmente per il furore dimostrato durante il Risorgimento e forse anche per l'episodio dei Vespri Siciliani, che risale al 1282 (v. punto 135), quando la rivolta iniziata a Palermo portò a cacciare gli invasori francesi dall'isola. I Vespri Siciliani sono ricordati nell'inno di Mameli (v. punto 195) e ad essi è dedicata un’opera di Giuseppe Verdi (1855, in pieno Risorgimento). Li ricorda anche un film del 1986. Una curiosità: per riconoscere i francesi, i siciliani mostravano loro dei ceci ("ciciri") e chiedevano che cosa fossero. La pronuncia dei francesi era totalmente diversa da quella dei siciliani: ad esempio non sapevano pronunciare la "c" dolce e dicevano "sesì" o "sisirì" (ovviamente con la erre francese).

 

 

199 - Un altro estratto dal libro Cuore di De Amicis.

 

“L'amor di Patria”.

[...] Lo sentirai quando sarai un uomo, quando ritornando da un viaggio lungo, dopo una lunga assenza, e affacciandoti una mattina al parapetto del bastimento, vedrai all'orizzonte le grandi montagne azzurre del tuo paese; lo sentirai allora nell'onda impetuosa di tenerezza che t'empirà gli occhi di lagrime e ti strapperà un grido dal cuore. Lo sentirai in qualche grande città lontana, nell'impulso dell'anima che ti spingerà fra la folla sconosciuta verso un operaio sconosciuto, dal quale avrai inteso, passandogli accanto, una parola della tua lingua. Lo sentirai nello sdegno doloroso e superbo che ti getterà il sangue alla fronte, quando udrai ingiuriare il tuo paese dalla bocca d'uno straniero [...]”.

 

Quest'ultimo concetto si ricollega a quello espresso in uno dei "racconti mensili" del libro Cuore: "Il piccolo patriotta padovano", bambino poverissimo che rifiuta del denaro da alcuni stranieri che avevano parlato male dell'Italia [v. punti 187 e 188]. Altri famosi racconti patriottici sono "La piccola vedetta lombarda" e "Il tamburino sardo".

 

 

200 - Il “Volo su Vienna”.

 

Nel presente libretto si è voluto parlare poco del Risorgimento. Per compensazione, mi sia consentito dare un certo rilievo ad un atto di incredibile audacia compiuto dal poeta Gabriele d'Annunzio (Pescara 1863 - Gardone, Brescia 1938), e da altri 7 aviatori nel corso della Prima Guerra Mondiale. Il 9 Agosto 1918, mentre la guerra era in pieno svolgimento, gli 8 italiani sorvolarono l'Austria, sfidando il fuoco nemico, per lanciare su Vienna semplicemente 400.000 manifestini! La maggior parte di essi (350.000) riportava la bandiera italiana con il seguente testo, tradotto in tedesco:

 

"Viennesi! Imparate a conoscere gli Italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà. Noi non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne. Noi facciamo la guerra al vostro governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d'odio e d'illusioni".

 

Il messaggio prosegue con alcuni dettagli sulla situazione politica dell'epoca, che sarebbe difficile capire oggi. Questo testo, di cui furono stampate anche alcune copie in italiano, era di Ugo Ojetti e fu preferito ad un altro scritto da D'Annunzio, giudicato troppo difficile, di cui comunque furono sganciate circa 50mila copie, in italiano. Riportiamo alcuni passaggi di questo volantino:

 

"In questo mattino d'agosto [...] l'ala tricolore vi apparisce all'improvviso, come l'indizio del destino che si volge. [...] Il destino si volge verso di noi con una certezza di ferro [...]. La vostra ora è passata. Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina [...]. Non siamo venuti se non per la gioia dell'arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremo osare e fare quando vorremo nell'ora che sceglieremo [...].

Viva l'Italia! Gabriele D’Annunzio”.

 

A questa impresa fu dato ampio rilievo dai giornali di tutto il mondo. Ecco i nomi degli altri 7 aviatori: Natale Palli, Antonio Locatelli, Piero Massoni, Aldo Finzi, Ludovico Censi, Giordano Granzarolo, Gino Allegri. Partirono anche altri 4 velivoli: quello di Giuseppe Sarti fu costretto ad atterrare in territorio nemico. Quelli di Ferrarin, Masprone e Contratti dovettero atterrare subito. Altre grandi imprese di D'Annunzio furono la "Beffa di Buccari" e la "Presa di Fiume".

 

 

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Cap. 9 – Conclusioni.

 

Oggi la maggior parte degli italiani non ha coscienza della propria identità nazionale. Forse questa raccolta di notizie storiche può contribuire alla ricostruzione di tale consapevolezza e del senso di appartenenza ad una nazione che, nel bene e nel male, ha oltre due millenni di storia ed ha avuto un ruolo di importanza fondamentale nella storia del mondo.

Ovviamente questo non significa che in Italia vi siano state solo cose belle: i difetti e gli aspetti negativi dell’Italia e degli italiani sono stati esposti con chiarezza. E’ inutile negare che oggi esistono nazioni più civili dell'Italia: più civili perché (ad esempio) i loro abitanti hanno più rispetto per il prossimo, hanno fiducia nelle loro istituzioni e non buttano immondizia o carte per terra mentre camminano per strada (quest’ultimo può sembrare un punto banale e insignificante e banale ma in realtà è rivela il senso civico delle persone).

Detto questo, non vedo perché oggi si debba negare o dimenticare che l'Italia è una delle nazioni con maggiore personalità al mondo e possiede caratteristiche specifiche (alcune nel bene, altre nel male) che la distinguono dalle altre.

 

Oggi molti dicono che l'Italia è una nazione “falsa”, “forzata”, "inventata nel 1861”. Eppure il gran numero di fatti storici che abbiamo riportato dimostra che l'Italia viene nominata e riconosciuta da almeno 25 secoli e che può essere considerata una nazione da 21 o 22 secoli (cioè dal I o dal II secolo a.C.), per cui è una delle pochissime nazioni al mondo che affonda le sue radici nell'antichità (invece che nel Medio Evo).

Alcuni però rifiutano quest’ultima osservazione ed affermano che il concetto di nazione non esisteva ancora nell’antichità e nemmeno nel Medio Evo ma è nato intorno al 1800-1850. Ma se questo fosse vero... l’accusa all’Italia di non essere stata una nazione prima del Risorgimento decadrebbe automaticamente, poiché il concetto stesso di nazione non esisteva!

In realtà la parola “nazione” veniva già usata ben prima del 1800: si riveda la lettera scritta nel 1592 da Campanella a Galileo (punto 20); Vico nel 1725 scrisse "Principi d'una scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni"; Carli nel 1765 parlava di "gloria nazionale" (punto 186). Fuori d'Italia, nel 1776 l’economista Adam Smith scriveva "La ricchezza delle nazioni" ("The wealth of nations”) ed il filosofo Johann Gottlieb Fichte nel 1807 pronunziò i suoi "Discorsi alla nazione tedesca" (ben prima che questa si unisse politicamente, v. punto 148).

Oggi si sente anche dire che la lingua italiana ha iniziato a diffondersi solo nel 1954, grazie alla televisione! Prima del 1954 l’italiano era prevalentemente una lingua scritta e solo da allora è diventata una lingua parlata. Ma queste sono affermazioni superficiali che si basano su un equivoco evidente: l’analfabetismo e l’ignoranza erano molto diffusi e perciò mancava una diffusione capillare della lingua italiana anche a livello delle classi popolari (che comunque parlavano lingue locali affini all’italiano, cioè i dialetti).

Questo è un problema sociale che è sempre stato riconosciuto (per esempio da Leopardi, punto 189). Ma dire che la lingua italiana non veniva parlata prima del 1954 è del tutto ingiustificato e risulta una sciocchezza. Se corrispondesse a verità, allora i discorsi di Mussolini degli anni '20 e '30 in che lingua erano? In norvegese?! E i film degli anni '30? In giapponese? E se erano in italiano e nessuno lo conosceva, perché la gente andava al cinema?

Talvolta mi è capitato di sentire delle registrazioni storiche dell'inizio del secolo scorso: per esempio un breve discorso del musicista Puccini a New York nel 1907, e un altro del generale Cadorna nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale. Ebbene... parlavano chiaramente italiano e la gente li stava pure ad ascoltare.

 

Vediamo allora qual è la verità documentata. L'italiano standard rimase una lingua prevalentemente scritta dal 1300 fin oltre il 1500: la comunicazione orale avveniva quasi sempre in dialetto, oppure in latino, che veniva usato in ambito culturale e scientifico. Nel 1500 l'italiano si afferma decisamente e inizia a sostituire il latino anche a livello accademico: ad esempio Giordano Bruno scrisse già diverse opere in italiano, oltre che in latino (v. punto 49). Intorno al 1600 Galileo scrisse in italiano le opere che fondarono la scienza moderna. Nel 1700 l'italiano era parlato in quasi tutte le famiglie nobili e borghesi della penisola. Nel 1861, all’unità d’Italia, gli analfabeti costituivano il 78% della popolazione, quindi il restante 22% sapeva leggere e scrivere, da cui si deduce che questo 22% conosceva e usava la lingua italiana. Nel ventesimo secolo la scuola pubblica ha contribuito all’alfabetizzazione di tutti gli italiani, cosicché la percentuale di analfabeti si è ridotta fino a livelli trascurabili. Ovviamente la radio e la televisione hanno contribuito molto alla diffusione dell'italiano standard tra le classi popolari, ma questo non toglie che la lingua italiana esisteva e veniva parlata già da secoli.

 

Obiezione: In realtà la lingua italiana era conosciuta e usata solo da una ristretta elite di intellettuali: infatti il 78% della popolazione che nel 1861 non conosceva l’italiano costituiva una maggioranza schiacciante! Questo significa che milioni di persone di regioni diverse si esprimevano in dialetti diversi. Solo il 22% della popolazione era alfabetizzato, cioè sapeva leggere e scrivere, ed ovviamente questo 22% comprendeva anche persone di cultura limitata e con scarsa padronanza della lingua italiana. Perciò il concetto di “italianità” poteva essere valido forse per il 10% della popolazione, cioè per una piccola minoranza.

 

Risposta: Non capisco quale sia lo scopo dell’obiezione e mi sembra che stiamo dicendo la stessa cosa. L'analfabetismo e l'ignoranza in Italia erano molto diffusi, e con questo? L'esistenza di tali problemi era ben nota e riconosciuta, ma non vedo come questo possa alterare o negare l'esistenza della nazionalità italiana, che era sentita da secoli dalle classi che avevano la fortuna di avere una certa cultura e di vivere ad un livello più ampio di quello municipale o regionale.

In parole povere, chi era colto era sicuramente italiano. E quelli che erano analfabeti o ignoranti? Erano come persone dentro una stanza buia: non potevano sapere nemmeno se si trovavano dentro una stanza o una caverna o che cosa, e tantomeno conoscerne i confini. Ma coloro che potevano accendere un fiammifero e fare un po’ di luce, riconoscevano che la stanza era l’Italia e vedevano chiaramente i suoi confini (i Mille di Garibaldi erano tutti di livello sociale medio-alto e per questo erano colti e consapevoli di che cosa fosse l’Italia).

Non si può dire però che le persone ignoranti fossero di un'altra nazionalità: al limite possiamo dire che non avevano alcuna nazionalità, poiché erano costrette a vivere a livelli socio-economici e culturali così bassi e limitanti da trovarsi al di sotto di questo concetto (e anche del concetto di lingua, intesa come idioma scritto di una certa ricchezza e completezza).  Purtroppo è vero che l’ignoranza affliggeva le classi popolari e le ostacolava a tutti i livelli, ma mi sembra una considerazione fuori tema, poiché non riguarda la questione della nazionalità bensì un problema di natura sociale. Forse il rimanere sotto gli Austriaci o i Borboni lo avrebbe risolto?

Nei capitoli precedenti avevamo ammesso ed esposto con chiarezza diversi problemi e difetti dell’Italia preunitaria: dalla politica corrotta già denunciata da Dante (punto 183) all'ignoranza delle classi popolari evidenziata da Leopardi (189); dallo stato di abbandono e di povertà generalizzata (133) allo scarso senso civico (187 e 188); dalla scarsa autostima e reciproca diffidenza degli italiani (186) al profondo problema del brigantaggio (138). Non a caso Leopardi chiedeva all’Italia: "Come cadesti o quando... in così basso loco?" (193). Perfino l'inno di Mameli ammette: "Calpesti, derisi... perché siam divisi" (195). Ma questo non cambia i termini della questione. Anzi, l’ignoranza diffusa può perfino spiegare il fallimento di alcune infelici azioni risorgimentali che non trovarono l'appoggio popolare, come la spedizione di Pisacane a Sapri o la scarsa attenzione dei romagnoli al proclama di Murat (v. punti 140-142). Questi avvenimenti devono essere considerati per il loro effettivo valore e non sopravvalutati. Si tratta di episodi che nel quadro generale sono fisiologicamente inevitabili.

 

Tuttavia alcune persone, anche dopo le suddette precisazioni, continuano ugualmente a ripetere il solito concetto: le vere “nazionalità” sono quelle regionali, punto e basta. In parole povere, i nostri avi non erano italiani, ma erano semplicemente milanesi, romani, napoletani, veneti, siciliani, eccetera. Ebbene, voglio dare due ultime risposte:

1) Ammettiamo che i nostri avi fossero milanesi o romani o napoletani (invece che italiani). Ebbene, questo non cambia e non risolve il loro problema di fondo, e cioè che erano analfabeti! Per giunta il dialetto milanese o napoletano non avevano una forma compiuta ed univoca, per cui queste “nazionalità regionali” potevano solo contribuire all’analfabetismo, piuttosto che eliminarlo. Non vedo quindi l’utilità e il senso di questi riferimenti alle “nazionalità regionali”.

2) Dobbiamo ricordare che il 78% non è il 100%: perciò vi erano anche persone fortunate, dotate di cultura, che l’italiano lo conoscevano. Il fatto che questi fortunati fossero pochi, cioè il 22% o anche solo il 10%, non cambia nulla, visto che gli altri non conoscevano alcuna lingua. I pochi colti comunque erano pur sempre concittadini della maggioranza analfabeta e pertanto fungevano da elementi “leganti” che in qualche modo unificava l’intera popolazione italiana. Facciamo un esempio concreto: prendiamo ad esempio un Manzoni a Milano o un Puoti a Napoli. Senza dubbio Manzoni era concittadino di tanti milanesi analfabeti, e Puoti era concittadino di tanti napoletani analfabeti. Tuttavia Manzoni e Puoti parlavano e scrivevano in italiano e si consideravano di nazionalità italiana. Mi sembra che questo rappresenti un incontestabile elemento unificante e smonti l'obiezione di partenza.

 

Com’è noto, Massimo D'Azeglio dichiarò: "L'Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani".

Il significato di questa affermazione è evidente e si ricollega con quanto detto finora: secondo D’Azeglio bisognava portare a tutti gli italiani, di ogni classe sociale, la consapevolezza e la conoscenza che i più fortunati avevano già da secoli. Mi sembra chiaro che D’Azeglio intendesse dire questo, e non vedo come si possa fraintenderlo. Eppure, secondo alcuni, D’Azeglio intendeva dire che gli italiani non esistevano affatto! La dichiarazione di D’Azeglio così viene fraintesa e spacciata come dimostrazione del fatto che non esisteva una “popolazione italiana” e che si doveva crearla artificialmente: in breve, l’Italia non era una nazione ma solo un concetto inventato, una forzatura. Ma questa interpretazione non regge ed è smentita dagli innumerevoli fatti storici riportati nei capitoli precedenti.

Nel corso dei secoli innumerevoli personaggi riconobbero l’esistenza dell’Italia e degli italiani. Citiamo solo i più famosi, andando a ritroso nel tempo a partire dal 1840 circa (cioè ben prima dell’unità d’Italia) ed escludendo i casi “dubbi” (per esempio è naturale supporre che Galileo, Michelangelo o Leonardo sapessero di essere italiani, ma non lo dissero esplicitamente). Manzoni, Liszt, Mendelssohn-Bartholdy, Schopenhauer, Emerson, Stendhal, Leopardi, Rossini, Hegel, Murat, Napoleone, Mozart, Foscolo, Alfieri, Goethe, Goldoni, Montesquieu, Vico, Campanella, Guicciardini, Carlo V, Fieramosca, Machiavelli, Boiardo, Sannazzaro, Boccaccio, Petrarca, Dante, Federico II di Svevia, Federico Barbarossa, Cimabue, Ottone II di Sassonia, Ottone I, Carlo Magno, Giustiniano, Teodorico, Odoacre, Diocleziano, Plinio il Giovane, Plinio il Vecchio, Cesare Ottaviano Augusto, Strabone, Virgilio, Cicerone, Giulio Cesare, Silla, Catone il Censore, Pitagora... E’ possibile che tutti questi personaggi si siano sbagliati? Tutti quanti?! Se costoro erano dei cretini, allora D'Azeglio doveva essere perfino schizofrenico, poiché da una parte credeva che gli italiani non esistessero ancora (cioè si dovessero "fare"), ma dall'altra scriveva (e dipingeva) la Disfida di Barletta (v. punto 124), descrivendo la specifica nazionalità italiana di Ettore Fieramosca da Capua e di Fanfulla da Lodi e distinguendola da quella dei cavalieri francesi e spagnoli. In realtà D'Azeglio era capace di distinguere un italiano perfino da uno spagnolo, perciò come poteva credere che gli italiani non esistessero?

 

In realtà chi vuole negare che l’Italia abbia una solida tradizione bimillenaria, può aggrapparsi a ben pochi appigli, talmente pochi che possiamo riassumerli rapidamente: anzitutto la solita frase di Metternich, “L’Italia è un’espressione geografica” (punto 143); poi il fraintendimento della famosa frase di D'Azeglio, "L'Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani"; il fallimento di Murat, di Pisacane ed altri episodi infelici del Risorgimento (che si spiegano facilmente con l’ignoranza delle classi popolari); il brigantaggio in alcune zone del Sud come presunta reazione all’unità d’Italia (ma questo fenomeno esisteva già un secolo prima); e la convinzione che i Mille di Garibaldi fossero tutti settentrionali (che non corrisponde a verità, v. punto 146). In breve, si tratta di pochi fatti, alcuni falsi ed altri inessenziali e contingenti, che risultano insignificanti se collocati nel quadro generale degli avvenimenti.

 

In definitiva, questo genere di argomentazioni non potrà mai mettere seriamente in dubbio la consistenza dell’antica tradizione d’Italia, che è confermata da una mole impressionante di fatti storici. Coloro che insistono a negare questo, mettono in bella mostra solo la loro ignoranza o la loro ottusità. Gian Rinaldo Carli (v. punto 186) ben li descrisse già nel 1765, definendoli: "quelli a' quali manca la facoltà di penetrare al di là del confine delle apparenze".