Quant'è scomodo comprare libri digitali
Il mercato degli eBook in Italia è una
babele, tra mille applicazioni e formati diversi. Un modo per gli
editori per combattere la pirateria. E perdere lettori.
di Pino Bruno
E' arrivato anche Google Play Books, in Italia. Per semplificare,
significa che è stato aperta una nuova libreria in cui acquistare eBook,
cioè i libri in formato digitale. Evviva, direte voi. Più librerie,
più libri, più lettori, più cultura. Sicuri che sia proprio così?
Per piacere, qualcuno dei soloni che discuteranno di eBook e
Primavera digitale al Salone del Libro di Torino, può indossare i panni
del potenziale acquirente che legge libri sui dispositivi mobili,
tablet o smartphone che siano? Scoprirebbe che è una bella rottura di
scatole, perché si è costretti a installare una miriade di diverse
applicazioni, perché spesso i formati sono incompatibili, perché il
sistema di pagamento non è mai lo stesso, perché i libri vanno a
sistemarsi in scaffali dissimili.

E'
come se ogni libreria tradizionale vendesse gli stessi libri
realizzati però con criteri bislacchi: se lo compri alla Feltrinelli la
copertina è fatta di marmo, mentre se entri da Fnac è fatta in velluto e
sei vai da Giunti o da Rizzoli la fanno di alluminio e di ottone. Un
impazzimento. Esagero? Faccio qualche esempio:
Compro l'eBook su Amazon e voglio leggerlo su iPad. Devo scaricare
l'applicazione Kindle da Apple Store. Nessun problema, ovviamente, se
voglio leggero sull'eReader Kindle.
Compro l'eBook su Google Play e voglio leggerlo sul Kindle.
Impossibile. Va bene, voglio leggerlo su iPad. No, l'app non c'è
ancora. Arriverà. Ok, lo leggo su tablet Android.
Compro l'eBook su Biblet, la libreria digitale di Telecom. Posso
leggerlo su iPad e su Android, ma prima devo scaricare l'applicazione
Biblet.
Compro l'eBook sulla Libreria Rizzoli online. Per leggerlo su iPad devo
installare Adobe Digital Editions. Non basta. Devo andare sul sito
Adobe e creare un'identità, poi scaricare e installare l'applicazione
di lettura BlueFire Reader. E i tablet Android? Non pervenuti.
Mi fermo qui, perché immagino che già vi giri la testa e vi sia passata
la voglia di leggere libri in formato digitale. Il paradosso - come
ricorda giustamente Dario D'Elia - è che ".basta fare una banale
ricerca su Google per individuare immediatamente migliaia di libri
piratati pronti per la lettura".
Ecco dunque il boomerang. Per tentare di arginare il fenomeno della
pirateria, editori e venditori complicano così tanto le procedure di
acquisto, download e lettura, da spingere i lettori a scaricarsi i libri
senza pagarli. Quanto ai formati di lettura - ePub, .mobi, Pdf,
eccetera - ci sono software gratuiti, come Calibre, che convertono
facilmente e aiutano a spostare gli eBook sul desktop e sui dispositivi
mobili.
Non è un invito a piratare. Ci mancherebbe. I libri vanno acquistati.
E' giusto e doveroso nei confronti degli autori e degli imprenditori
che li pubblicano e li vendono. Già, ma come la mettiamo con i prezzi?
Gli eBook costano troppo, punto e basta.
Certo, non è tutta colpa degli editori e dei venditori. C'è anche il
paradosso dell'Iva. In Italia l'Iva sui libri digitali è al 21 per
cento, mentre quella sui libri tradizionali è al 4 per cento. In Francia
la Tva sui libri digitali è del 4 per cento, in Lussemburgo è del 3
per cento.
Insomma, grande è la confusione sotto il cielo. Lancio qui una proposta
ambiziosa quanto utopistica. E se si cominciasse con un'applicazione
universale? Una sola app per leggere tutti gli eBook, a prescindere da
chi li vende. Una sola app per ogni tipo di tablet, un solo sistema di
pagamento, un solo scaffale. basta con questa Babele che allontana i
lettori.
Buon Salone del Libro e buon dibattito sulla Primavera Digitale.
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Gli editori davanti alla sfida di Amazon: bisogna fare presto
di Cristina Taglietti
TORINO — Il tema è «Vivere in Rete», ma per gli editori bisognerebbe
aggiungere «Vivere in Rete ai tempi di Amazon». Perché di questo hanno
parlato ieri al Salone i rappresentanti dei principali gruppi italiani
in una tavola rotonda che vedeva assente proprio il colosso di Seattle
che, dopo una prima adesione, ha deciso di non partecipare. Nonostante
un certo ottimismo di fronte ai dati sull'avanzata del digitale (e alle
previsioni) snocciolati da Andrea Rangone dell'Osservatorio Politecnico
di Milano e da Vincenzo Russi del Cefriel, il punto sul futuro
dell'editore più allarmante l'ha fatto Riccardo Cavallero, numero uno di
Mondadori, quando ha detto che è «pericoloso pensare di avere tempo per
reagire alle sfide tecnologiche, i grossi gruppi possono cadere se non
si prende una strada precisa nei prossimi 12-24 mesi. Un'azienda come
Mondadori ha dei vantaggi perché opera su media diversi, ma rischia
anche più di una piccola. È chiaro che un -12% del mercato librario per
un grande gruppo può avere un impatto molto forte». L'editore del
futuro, secondo Cavallero, sarà più simile a un produttore teatrale:
dovrà «mettere insieme un cartellone da portare sui vari dispositivi».

La
rivoluzione digitale è paragonabile, secondo Gian Arturo Ferrari,
soltanto alla nascita della stampa. «Tutte le figure cambieranno,
cambierà la nozione di libro. D'altronde questa rivoluzione è fatta da
produttori dell'hardware (Apple) e del software (Amazon e Goog) che di
fatto hanno già trasformato il libro in una cosa che chiamano
contenuti». Fine dell'editore dunque? «Il grosso tema è quello della
disintermediazione — dice Alessandro Bompieri di Rcs Libri —. Un
fenomeno come quello del self-publishing lascia intendere che si possa
saltare ogni forma di mediazione. Il mercato americano
dell'autopubblicazione nel 2011 è stato di 30 milioni di dollari, ma con
un numero di libri enorme, alcuni dei quali hanno venduto poche copie. A
parte alcuni casi eclatanti come Amanda Hocking, il vero business lo fa
Amazon che prende il 30%. E poi gli autori che emergono cercano
comunque un editore che li pubblichi anche sulla carta. Il vero problema
è che Amazon riesce a controllare la fase finale, quella della vendita,
e questo gli dà un vantaggio competitivo».
L'editore resisterà anche secondo Stefano Mauri, amministratore delegato
del gruppo Gems. «Continuerà a fare quello che fa ora: scouting e la
proposta di libri sul mercato. Certo, dovrà competere non con i 60 mila
titoli che ora escono in un anno in Italia, ma con qualche milione. Il
rischio è che si formino posizioni dominanti, ma ci sono autorità
preposte per tutelare gli editori da questo, come l'Antitrust».
Che fine faranno le librerie in tutto questo è l'altro grande tema che
preoccupa gli addetti ai lavori. Cavallero non si stupirebbe «se Amazon
adesso aprisse anche dei negozi fisici», Dario Giambelli delle Librerie
Feltrinelli sostiene che la rivoluzione non è certo dietro l'angolo:
«C'è anche un'operazione mediatica e pubblicitaria gestita in modo
efficace da alcuni operatori economici. Non mi scandalizza la parola
"imperialismo" riferita ai grandi player: significa solo prendere atto
di fatti che hanno un impatto sociale. In realt&ve;, i tempi di questi
cambiamenti sono lunghi. Nelle librerie c'è un rapporto sociale, non
solo affaristico che è ancora necessario». Anche secondo Mauro Zerbini
di Ibs, il retailer online che si è appena fuso proprio con le librerie
fisiche Melbookstore, «non bisogna temere l'innovazione tecnologica ma i
monopoli, anche se mi rendo conto che dal momento che chi porta
l'innovazione tecnologica è anche chi cerca di imporre il monopolio, il
rischio è buttare il bambino con l'acqua sporca».
Carmine Donzelli reagisce alla «pressione digitale» con una provocazione
simbolica, riempiendo lo stand di scatoloni per ricordare che la
maggior parte dei libri sono ancora di carta. «Non è polemica, ma
semplicemente che il supporto per me è il mezzo, non il fine. Qualunque
innovazione quando aggiunge potenzialità è benvenuta, ma vedo troppo
poca sperimentazione intorno all'ebook. A me va bene qualunque canale,
ma come editore mi devo assumere la responsabilità di che cosa ci metto
dentro. Quello che noi cerchiamo di fare ora è dare maggiore intensità
alla qualità cartacea dei nostri libri, facendo attenzione alla
grammatura, alla grafica. E poi vogliamo pensare a dei progetti digitali
specifici, che abbiano senso per i nostri libri».
Corriere della Sera 11 maggio 2012
Il manifesto di Amazon
"In Italia la vera anomalia sono i
grandi editori la tecnologia libera l’uomo e le piccole librerie" - "Il
nostro successo? Promettiamo un catalogo ricco, consegne rapide e bassi
prezzi. E siamo di parola" - Martin Angioni, numero uno italiano della
multinazionale, difende il gruppo dalle accuse e spiega invece come ha
allargato il mercato
di Simonetta Fiori
TORINO. Dunque sarebbe lui il temibile barbaro, Martin Angioni, il capo
di Amazon in Italia? Lui che discende dall´aristocrazia di sangue e di
cultura, figlio di un cavaliere olimpionico cagliaritano e d´una libraia
d´antica casata tedesca? Il profilo appare lontano dal ritratto fosco
di Gengis Khan dell´editoria mondiale, che è emerso anche ieri
pomeriggio dalla tavola rotonda dei colossi italiani. «Hanno detto che
siamo i nuovi imperialisti, ma è un´accusa che mi fa sorridere. Mi sono
laureato in Economia e Commercio con Sergio Ricossa. E le mie stelle
polari sono Gadamer e Popper». Tra i suoi insegnanti figurano anche
Mario Deaglio ed Elsa Fornero, che poco prima inaugurava il Salone sulle
note struggenti del Todo Cambia. Sì, è la fiera del "todo cambia". E
Martin Angioni, singolare figura di manager quarantaquattrenne, la
incarna esemplarmente. Le sue maniere franche fanno sobbalzare la
frangetta di Marisandra, l´addetta stampa che corregge e sopisce. Lui
non sembra badarci troppo. «Gli editori esprimono malumore. Ma cosa
hanno fatto negli ultimi trent´anni per allargare il mercato dei
lettori? Assolutamente nulla. Amazon è un´azienda seria e trasparente,
che ha portato i libri dappertutto».

S&igra;, avete rivoluzionato la distribuzione, facendo piangere i librai.
«Non è Amazon che ha ucciso le librerie, ma i supermercati e le grandi
catene. Sono loro che hanno messo in difficoltà i punti vendita
indipendenti. Ma che vuole un editore come Feltrinelli che è titolare di
un´importante catena libraria? Questa è un´anomalia italiana, il fatto
che i grandi gruppi editoriali controllino anche la distribuzione».
Sua madre, Elizabetta zu Stolberg, aveva una raffinata libreria a Torino e ha dovuto rinunciarvi.
«Sì, ora al posto della libreria Druetto, fondata da mio bisnonno nel
1918, c´è un negozio Stefanel. Cinque anni fa la decisione di chiudere.
Era diventato un lavoro molto difficile».
Allora possiamo dare una lettura in chiave famigliare: il figlio vendicatore della madre vessata dalle catene librarie…
«Mia madre guarda con favore alla mia nuova attività. Non è ideologica.
Forse perché ha sperimentato direttamente la difficoltà di vendere i
libri».
Lei ha mai lavorato nella libreria Druetto?
«Sì, da ragazzo, d´estate e nelle feste natalizie. Facevo il fattorino e
aprivo gli scatoloni pieni zeppi di libri. Poi gli ordini hanno
cominciato a scendere, e anche il personale».
Stefano Mauri sostiene che siete voi i veri
guardiani del libro. Vi ergete a liberatori, ma in realtà siete una
delle poche multinazionali che blindano il mercato.
«Non è così. Aprire una libreria su Internet lo può fare chiunque.
Dipende da come lo si fa. Noi siamo stati bravi. Ma anche la piattaforma
di Ibs (ndr controllata da Mauri) è molto meglio di Bol, paragonabile a
un negozio sciatto che respinge il visitatore. Abbiamo centosessanta
milioni di clienti nel mondo. Pensa che li abbia costretti qualcuno?
Evintemente hanno la loro convenienza».
Non c´è dubbio. Ma oggi potete contare su una forza mondiale che non ha concorrenti.
«Ma fino al 2001 si diceva che Amazon fosse sull´orlo del fallimento.
Lavoravo a New York, alla J.P. Morgan, e ricordo che si scommetteva sul
crollo dell´azienda di Seattle. Il fatto è che noi promettiamo ricchezza
di catalogo e rapidità. E poi manteniamo la promessa, garantendo prezzi
bassi».
Fin troppo, lamentano i librai. Pisanti, già
presidente dei librai italiani, lamenta che non rispettate la legge Levi
facendo un ulteriore sconto di 5 euro su trenta euro di libri
acquistati.
«No, un momento. Quello sconto vale per tutto quello che vendiamo su
Amazon, tranne che per i libri. Mica siamo nati ieri. È un modo di far
conoscere tutta la nostra offerta on line. Amazon non fa pubblicità,
quindi ci dobbiamo inventare nuove forme di promozione».
Ma in questo mare magnum di attrezzi per
giardinaggio, utensili di cucina, arredi per il bagno, non c´è il
rischio che il libro perda la sua centralità?
«Ma perché mai? Amazon è una piattaforma generalista, ma mantiene
un´alta specializzazione in tutte le sezioni. Se vuole comprare un
tagliaerba, troverà una grande varietà di tagliaerba. Questo vale per i
mestoli da cucina e per tante altre cose».
Ma il libro è diverso.
«Non deve convincermi. Da ragazzo compravo le cinquecentine e le portavo
a rilegare dai più esperti artigiani torinesi. Ho la casa invasa dai
libri. Sono un piccolo collezionista d´arte. Mi sono formato
dall´editore Allemandi, e sul Giornale dell´Arte scrivevo articoli
sull´economia della cultura. Questo è il mio mondo di riferimento. Ma
non lo vedo in conflitto con Amazon, tutt´altro. Abbiamo permesso a
tutti, anche a chi vive nelle lande più sperdute, di avere i libri a
casa in pochi giorni».
Non si discute la sua utilità. Ci si chiede se
questa straordinaria macchina non sia utile perché chi ha già
famigliarità con la lettura. E se per tutti gli atri non sia più
preziosa la vecchia figura del librario, quella incarnata da sua madre.
«Sì, lei si divertiva molto a raccontare le storie, creando intorno a sé
una comunità di amici lettori. Ma anche su Amazon si trovano
recensioni, suggerimenti, guide alla scelta».
Non vorrà metterli sullo stesso piano?
«No, anche perché le dimensioni sono diverse. Allora diciamo così:
speriamo che i bravi librai continuino a esistere. Sono le
librerie-deposito che non servono più».
Le librerie di catena?
«L´ha detto lei».
Molti editori lamentano il rischio che il libro
come l´abbiamo conosciuto nel corso di vari secoli cambi fisionomia.
Eric Vigne di Gallimard ha fatto l´esempio della Recherche su twitter:
ieri sono andato a letto tardi.
«Questa è la reazione ideologica tipica di chi sta in difesa. Hanno
paura che quella idea del libro entri in crisi. Ma non è così. La
tecnologia sta liberando l´uomo, moltiplicando le sue potenzialità. A
Venezia, nel Cinquecento, gli aristocratici preferivano i libri di
pergamena perché quelli a stampa sembravano volgari. E Platone racconta
che la scrittura venne accolta con ostilità da chi temeva si perdesse la
memoria orale».
Tutti i grandi mutamenti culturali sono stati
vissuti con accenti apocalittici. Però riconoscerà che Bezos, fondatore
di Amazon, non è stato molto incoraggiante con gli editori. Il
selfpublishing – ha sostenuto – li rende fatalmente ili.
«Ma non è un requiem per l´editore, che resta una figura essenziale per
l´autore, quasi paterna. Semmai, un invito a far meglio, e di più.
Einaudi, con il suo glorioso catalogo, esisterà sempre. Il bello di
Internet è che c´è posto per tutti, per il gelato Algida e per la
bottega artigianale. Tutto il resto sono isterismi inutili, a cui non
voglio replicare».
Ma non è stato sbagliato snobbare la tavola rotonda con i grandi gruppi editoriali italiani? Perché non ha voluto parteciparvi?
«Il rischio è che siano incontri autoreferenziali. E poi volevo evitare
attacchetti o beghe di cortile. Amazon è un´azienda seria e integra, che
fa bene il suo mestiere. Chi compra un kindle acquista un 3,5 per cento
di libri in più rispetto a prima, sia cartacei che digitali. Abbiamo
allargato ovunque il mercato dei lettori».
Dal vostro debutto italiano, nel dicembre scorso, quanti libri avete venduto?
«Il fatturato complessivo del 2011 ha superato i quaranta miliardi di
dollari, con una crescita del 41 per cento sull´anno precedente. Ma non
possiamo rendere noti i dati sul singolo paese. È la politica
dell´azienda».
Non è segno di trasparenza.
«È una politica come un´altra, va rispettata».
Da dicembre il mercato italiano è ulteriormente calato.
«C´è una terribile crisi, che ci incoraggia nel nostro lavoro. In Italia
ci sono venti milioni di persone che non leggono libri, e noi tentiamo
di gettare un´esca. Se riusciamo a convertirne qualcuno, ci possiamo
considerare soddisfatti. Gli editori italiani lo dicono da tantissimo
tempo, ma non sono mai riusciti a farlo».